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Architettura, norma e qualità

Il Progetto 28
1 giugno 2006
Serse
1 giugno 2006
 

Nel dibattito sulla difesa della qualità dell'architettura, ci si concentra prevalentemente sul concetto di qualità del progetto, del processo ideativo in opposizione a una edilizia dove il valore qualitativo è !ungi dall'essere prioritario. In questo senso viene condotta la battaglia per la diffusione dell'uso del concorso di progettazione, per la salvaguardia e riconoscimento del diritto d'autore, per la tutela dell'opera di architettura contemporanea con modalità parallele alla tutela del bene storico artistico. Un secondo aspetto, ma non in termini di importanza, è relativo invece alla tutela qualitativa durante la realizzazione, alla "tenuta" dell'intero progetto all'atto della sua messa in forma di architettura costruita. In occasione della realizzazione di un'opera pubblica nel nostro paese, troppo spesso la traduzione del progetto in edificio rischia di "tradire" il presupposto qualitativo della progettazione e quindi impedire un esito coerente dell'oggetto architettonico realizzato. Spesso la responsabilità di questa incoerenza viene fatta ricadere sul progetto esecutivo, sull'incompletezza di questi elaborati, sulla scarsa abitudine dei progettisti italiani a confrontarsi con questa fase progettuale. Questa schiera di architetti, formatisi in un'epoca in cui il costruire di qualità (se non proprio il costruire) sembrava scomparso nell'architettura pubblica italiana, avrebbero dimenticato o mai appreso il controllo del dettaglio, il pragmatismo del fare, il confronto oggettivo con il cantiere, azione ultima, solo in termini temporali, del fare architettura. La critica può essere fondata, ma troppo spesso diventa rifugio, risposta esterofila (e un po' supponente) a un problema che ha altri aspetti e dimensioni. In risposta parziale a queste osservazioni, si potrebbero elencare casi di architettura a committenza privata, ovvero esperienze di architetti italiani all'estero, dove il risultato qualitativo è sicuramente coerente con la progettazione, ma sembra più utile e urgente attirare l'attenzione sulle contraddizioni del processo realizzativo in termini di difesa della qualità. La foresta normativa che regola l'appalto pubblico (oggi nella rinnovata veste di un codice unico degli appalti e in attesa dell'emanazione del suo corrispettivo regolamento di attuazione), sembra ancora preferire l'aggiudicazione della gara di appalto all'impresa secondo il principio del prezzo più basso. ll meccanismo, nel tentativo di difendere la trasparenza, stritola l'impresa in una corsa al massimo ribasso che, nonostante gli accorgimenti per la verifica delle anomalie delle offerte, non garantisce in alcun modo la qualità dell'opera. Se è vero, come è vero, che la qualità del progetto viene garantita dallo studio, dallo sforzo di elaborazione, dalla fatica (e amore) che il gruppo di architettAingegneri mette nella presentazione delle tavole di un concorso di progettazione, per quale motivo la stessa opera dovrebbe essere poi assegnata a un esecutore che si sia limitato alla compilazione di una semplice offerta al ribasso? Non si fa che lamentarsi, senza voler trovare una differente e più qualitativa soluzione, di ribassi del 20-30% su opere che non sono chilometri di pavimentazioni stradali ma, al contrario, edifici quali auditori, musei, gallerie, centri congressuali; tutte opere che, per complessità estetica e funzionale, richiedono delle competenze di realizzazione molto elevate, dove tali ribassi non possono che incidere sulla qualità e soprattutto sulla qualità estetica del dettaglio e del materiale, del "visibile", là dove più spesso l'inventiva, l'innovazione della progettazione richiede una ricerca anche nella fase dell'esecuzione non conciliabile con la corsa al ribasso. Perché non un ricorso all'uso di offerte economicamente più vantaggiose, come già previste per altri tipi di appalto, che consentano al progettista di richiedere all'atto della gara campionature, descrizioni, uno studio approfondito del progetto presentato, che confermi la totale consapevolezza dell'opera che si andrà a realizzare? Peraltro non andrebbe dimenticato che un progettista (quale l'architetto, tutore della qualità del bene, principale autore dell'esercizio progettuale di concorso), "vale", in termini economici riferiti alla singola opera, una cifra tra il 5 e il 10% del "valore" dell'impresa. È evidente che questo gap conta non poco in termini di contrattazione in esecuzione quando il progettista e/o il direttore lavori si debba scontrare con l'impresa. Scontro impari in termini di consulenze legali, dimestichezza con gli aspetti giurisprudenziali della normativa, che spesso rischiano di fare la differenza. Aspetti non secondari in una norma che, per la tutela della spesa pubblica (indiscutibile), riduce le controversie del cantiere a uno scontro semplicissimo, che vede progettista e impresa contrapposti nell'assunzione di ogni eventuale responsàbilità. In tal senso ci si augura che non resti ancora una volta sulla carta (come già con la Merloni) l'utilizzo di validatori ovvero di verificatori del progetto, in parte rilanciati dal nuovo codice degli appalti. Affidare a un soggetto terzo (e non alla stazione appaltante), prima della stesura della gara, il compito della verifica e della certificazione del progetto esecutivo, della sua completezza e della sua effettiva cantierabilità, potrebbe ridurre i rischi di lite in corso d'opera, contribuire a stemperare la polemica sulla qualità della progettazione esecutiva, probabilmente giungere a una riduzione dei costi delle polizze assicurative. Molti altri sono i punti della normativa che, nella consueta e rispettata ricerca per una trasparenza dell'appalto, penalizzano la qualità architettonica esecutiva. Sa bene chi si misura con la stesura delle descrizioni capitolari quanto sia arduo indicare in modo inequivocabile forniture specifiche ed è evidente che nel campo di forniture e materiali troppo spesso prezzo e qualità sono direttamente proporzionali. E ancora, tornando alla questione dei ribassi le somme frutto degli stessi quasi sempre non restano a disposizione del progetto né tanto meno delle scelte qualitative; non vanno insomma mai a colmare le parti (quasi sempre di finitura) che il progettista aveva a monte "censurato" per poter rientrare nei limiti del quadro economico preventivo. Un ulteriore punto riguarda infine le figure del controllo in corso d'opera. Il direttore dei lavori è molto spesso un soggetto diverso dal progettista. In tal caso il controllo artistico dell'opera può risultare estremamente complesso. La legge consentirebbe (ma purtroppo non obbliga) la presenza di una figura di direttore operativo (in persona del progettista) che affianchi il direttore dei lavori in merito agli aspetti artistici, ma troppo spesso, soprattutto nei casi lontani dallo star system dell'architettura, non ci se ne avvale. La materia può risultare complessa e controversa. Troppo spesso atteggiamenti distratti, raffinati quanto autodistruttivi del nostro modo di essere creativi architetti, concentrati nella parte del processo ideativo, nella ricerca, nello sforzo iniziale del progetto, ci hanno allontanato da un dibattito ostico e inaridito dalla sequenza di norme, rendendoci inconsapevoli della macchina che ci attende all'atto della costruzione. Gli interessi in campo sono molti e il dibattito sulla qualità deve vedere allo stesso tavolo tutti i soggetti coinvolti nel processo architettonico, committenza, progettisti, esecutori in difesa di quello che senza ombra di dubbio è un interesse comune.

Firouz Galdo

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