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Bartolomeo Migliore

Mario Cucinella
1 giugno 2005
Il Progetto 25
1 settembre 2005
 

MONO - alla Galleria LipanjePuntin, Trieste

 

Se si chiede a Bartolomeo Migliore di definirsi con tre parole lui, laconico ed essenziale, risponde che una è sufficiente: crossover. I suoi lavori sono un corto circuito di segni e simboli che riprende attraversando con sguardo attento il mondo che lo circonda: segnaletica, marchi, graffiti o grafica. Tutto suggestionato da un ritmo distorto di chitarra elettrica, un plettro che attraversa ritmicamente le corde, un rimbombo metallico che esce dalle sue tele, riempie lo spazio che la sua arte smuove e rimuove. Bartolomeo Migliore nasce a Torino il 6 novembre 1960. Nel 1994 tiene le prime personali in Belgio e Austria. Negli anni seguenti la sua crescita artistica lo porta a esporre in Svizzera, Germania, Spagna, U.S.A. e, in Italia, a Torino, Milano e Trieste. Nel 2003 partecipa a Melting Pop, a cura di Gianluca Marziani, al Palazzo delle Papesse di Siena, Varese e a Young Italian Genome alla Buia Gallery di New York. Del 2002 è la mostra Sonic Death (my nigger soul) alla Pack di Milano - catalogo con testo di Luca Beatrice - e Life's not a language alla 41 artecontemporanea, Torino. Nel 2004 espone alla GalleriaMichelaRizzo di Venezia, Stili WORD, a cura di Martina Cavallarin, a Linding in Paludetto a Norimberga, Germania, Stili LIFE e alla Galleria Pack di Milano, Dinamiche evolutive - Metalcore, a cura di Gianluca Marziani. "Il metalcore è una musica ruvida e pesante, sa di ferro e velocità, attacca frontalmente e attacca pesante, irrispettosa... in questa mostra che si compone di sei tele e due lavori su legno, i colori dominanti sono il rosso e l'argento (rosso sangue, rosso fuoco, rosso rabbia, rosso coca-cola, rosso fender/argento metallo, argento cromo, argento lama, argento specchio)". (Valentina Tanni, testo in catalogo).

 

Migliore partecipa inoltre nello stesso anno alle collettive alla Galerie Mudima 2, Berlin, Germania e The Black Album alla Galleria Antonio Colombo di Milano. Del 2005 la collettiva Hardcore alla Galerie Luciano Fasciati, Chur (Svizzera) e MONO, a cura di Martina Cavallarin, alla Galleria LipanjePuntin artecontemporanea di Trieste. È inoltre presente alla Fiera ARCO 2005 di Madrid con la Galleria Pack. Dipinge Bartolomeo Migliore. Si confronta con il linguaggio giovanile contemporaneo attraverso tele che usano la forza della parola e il ritmo frammentato della musica. Il suo lavoro è uno scambio sociale, uno spazio nero e rumoroso, vitale, necessario. Il segno estetico di Migliore trasmette in modo diretto, senza alcuna mediazione e senza la necessità dello spettatore di riferirsi ad altri oggetti che il segno potrebbe denotare. Contro la neutralità Migliore sposta lo sguardo ammiccando a graffitisti e rockettari, stando sempre in rotta di collisione. Il suo codice, il cuore dei suoi dipinti, si nutre di un universo nero concepito a bassa fedeltà. Etichette indipendenti ed una forma di emarginazione cercata, difesa, magnificata, costituiscono il nucleo della sua ricerca pittorica. Segno e colore sono il ring di questo universo parallelo in cui la parola ha importanza per il suo significato e la sua forma. Decostruisce Migliore, allungando i segni, srotolando sulla tela le parole come se avessero un suono, una loro propria pulsione e risonanza. Il rapporto di connessione tra immagine e comunicazione passa sulla tela con un sibilo, un dito che scalfisce, stridente, uno specchio. I suoi quadri sono composizioni in cui la narrazione è racconto di altre discipline dominate dal ritmo, dal rumore, dalle correnti contemporanee del sottosuolo metropolitano. È un artista bulimico affamato di linguaggio e suono, di toni acidi, colori acrilici: grigio, nero, argento, rosso, verde, viola. Gli slogan di cui si appropria il suo lavoro sono provocazione ed appartenenza mentre il disegno diviene cifra stilistica grintosa, immediata, frontale ma, mai, aggressiva. Nella personale MONO alla Galleria LipanjePuntin volume e sonorità della parola che da il titolo alla mostra si abbinano fortemente a mono-colori: fondo nero con interventi viola, bianco, argento, rosso. Come nella musica monofonica il suono è compatto ed unico, così il fondo nero stringe e costringe le parole che appaiono sulla tela. Un solo canale visivo, nero e parola. La tecnica, colori acrilici e matita su carta, rimbalza e dialoga con la scritta multistrato Yeah, tracciata prima più grande, poi più piccola e segnata in modo calligrafico, proprio come un logo. Una mostra forte, di altissima qualità pittorica ed assoluta contemporaneità dove le parole, segni di un'intenzione aperta al conflitto, riassumono la loro stessa sonorità. I colori sono linguaggio e eco, un linguaggio black, a bassissima fedeltà.

 
Martina Cavallarin

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