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Dall’edificio alla città, ma senza disegnare il cucchiaio

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Quattro progetti a Tongliao, Mongolia interna, Cina


Progetto di JALP

INTRODUZIONE
L’attività di progettazione in Cina è diversa dalla pratica italiana e, più in generale, europea. L’insegnamento che viene impartito nelle nostre università ha una forte base etica ed è necessario dare al progetto delle forti giustificazioni concettuali che sostengano “moralmente” il risultato. Di certo, ciò non è l’unico fondamento al progetto. Esistono numerose variabili che devono essere compresenti, quali funzionalità, costi, ed in particolare la giustificazione più morale di tutte: la sostenibilità. Non occorre descrivere oltre i nostri processi di pensiero, ma forse sarà utile concentrarci sulla pratica di progetto in Cina, metodo che risulta talmente distante dal nostro da meritare una piccola indagine. Sulla differenza si troveranno molte idee di confronto e, forse, di rifiuto, ma è proprio sulla discordanza e sull’opposizione, più che sull’incontro, che la civiltà occidentale fonda la sua ragione d’essere. In linea del tutto generale il progetto di architettura in Cina ha una ragione pragmatica. In gergo ufficiale si potrebbe dire “realistica”, anche se l’espressione più appropriata sarebbe “materialistica”. Del resto in un paese dichiaratamente comunista esso è un atteggiamento naturale e persino conseguente alla cultura locale. Tali parole sono necessarie per comprendere che la genesi di un progetto di architettura o di urbanistica non si interroga mai in modo tormentato sulla filosofia del progetto o sulla fondatezza dei principi generativi di un’idea, posizioni atte a rendere “inattaccabile” l’architettura ad ogni critica successiva. L’idea nasce per necessità e non abbisogna di giustificazioni a-priori. Chi ha formato la sua mentalità di architetto e di progettista nell’ambito europeo o americano, rimarrà forse assai stupito. Ci è stato insegnato come ogni intervento pratico abbia la necessità di una base filosofica inoppugnabile, una sorta di abito concettuale che renda l’architettura più solida. In altre parole, potremo dire che l’arbitrio o il capriccio del progettista sono banditi e la teoria deve offrire una giustificazione all’intervento. I nostri “padri” dell’architettura sono tali non solo per regioni “stilistiche” o per la loro immensa personalità, ma sopratutto perché sono stati capaci di costruire una teoria corrente al loro operare. Quanto questo possa essere discutibile o fuorviante lo abbiamo già analizzato in altri nostri scritti e non riprenderemo il tema in questo articolo. Ci limiteremo solo a dire che molto spesso la teoria acceca e sempre più spesso la critica ha il compito di giustificare scelte di gusto che non hanno alcuna ragione d’essere se non di creare un mercato. Ciò è pressoché costante nell’ambito dell’arte: senza timore di smentita si può affermare che è arte solo quanto critici e mercato decretano essere arte. Anche in campo architettonico il fenomeno non è diverso. Pagine e pagine sono state scritte a giustificare operazioni commerciali abbiette, o per sostenere autori che di valore non avevano altro se non quello economico. Esiste poi un fenomeno curioso, ovvero quello di grandi progettisti dotati di scarsissima cultura concettuale che grazie al loro indiscusso talento generano una sorta di “filosofia a posteriori”. Vogliamo citare l’opera di scrittori di architettura i quali interpretano più o meno fedelmente il lavoro di progettisti inserendoli in correnti di pensiero nelle quali essi si riconoscono a fatica, o altresì rifiutano in toto. È celeberrimo il caso della Decostruzione, un ambito assai famoso nel quale furono inseriti autori molto diversi, con grande disappunto di Frank O. Ghery. E per finire, occorre notare il caso di altri architetti, per lo più giovani, che sono fatti di pura teoria. Intendiamo coloro che, per ragioni varie, non hanno costruito nulla di nulla, se non fantasiosi castelli in aria, capricci alla moda o, peggio, pure vanità. Ma la teoria, nondimeno, è utile. Lo è perché ha la capacità di offrire percorsi di pensiero alle azioni. Così come siamo contro ad un eccesso di teoria, allo stesso modo diffidiamo di una sua carenza. Il motivo è semplice: una filosofia di approccio al progetto di architettura è una sorta di linea guida che mantiene il pensiero, lo stile e la struttura concettuale del sistema entro ambiti coerenti. La perdita di equilibrio in un senso o nell’altro è da vedere con diffidenza. Nell’ambito cinese, siamo dinanzi ad una povertà filosofica nell’ambito del progetto. Tale critica non deriva dal fatto che riteniamo l’approccio concettuale più importante, ma proprio perché esso deve costituire una sorta di guida all’azione, qualunque essa sia. Nei progetti che presenteremo, abbiamo tentato di realizzare opere che andassero in controcorrente rispetto alla pratica consueta, indirizzata alla realizzazione di opere monumentali, spesso magnifiche e sorprendenti, ma dotate di una scarsa propensione alla teoria. È indispensabile sottolineare un elemento molto delicato che teniamo a chiarire. Chi scrive ha parecchi difetti, ma non quello del razzismo, soprattutto culturale. Sovente si trovano posizioni intollerabili di “eurocentrismo” o di “colonialismo” più o meno velato nei quali traspare una compiacente superiorità verso culture diverse da quella di origine. Chi arriva in un paese lontano, per geografia o per cultura, si trova o ad avere il tipico rispetto idiota del turista per il quale il diverso è per definizione bello e affascinante, oppure un’ironica superiorità per l’indigeno il quale è sì umano ma incapace delle prodezze occidentali. Entrambe le posizioni sono patetiche. Il nostro punto di vista è assai diverso: noi, per libera scelta, abbiamo deciso di vivere in Oriente e il nostro costante tentativo non è insegnare la nostra posizione, bensì di tentare di capire la complessità di quanto ci circonda e, se possibile, di apprendere. Non è una falsa modestia, poiché modesti non siamo, ma un atteggiamento di amore verso una cultura che ammiriamo profondamente.

L’AMBITO DEL PROGETTO
Gli interventi che presentiamo sono tutti collocati nella città di Tongliao, situata nella Mongolia interna in Cina. In mongolo il nome è Bayisingtu, che significa «avere edifici», nome appropriatissimo vista la desolazione del territorio. Tongliao è diversa dalle altre megalopoli cinesi poiché risente molto dell’influenza russa, sia nella struttura urbana sia nell’architettura popolare. Visitando le sue strade, molte sono le occasioni di confronto con quanto vedemmo nella Germania dell’Est, con la differenza fondamentale che i tipi umani e la mentalità è dominata dal tipo mongolico e da una regolamentazione politica del tutto cinese. La prefettura ha circa 3 milioni di abitanti, mentre la città in sé, secondo le stime del 2001, ne possiede poco oltre 410.000. Il clima è estremamente freddo e ne abbiamo portato i segni per diversi anni, dopo le numerose visite. Seguendo una tendenza assai diffusa nella Cina moderna, la città è stata oggetto di un forte investimento economico che dovrebbe vedere la crescita sostanziale dell’industria locale ed il relativo inurbamento. Tale fenomeno è interessante e meriterebbe un’analisi approfondita dal punto di vista sociale, ma ciò esula da questo articolo. La municipalità locale a tale riguardo ha realizzato un concorso di idee per l’espansione della città, da costruirsi a Nord del vecchio inurbamento. Il progetto venne vinto dal gruppo di architettura cinese Jalp a seguito di un concorso di idee. Accanto al piano urbanistico ci sono state altre occasioni per progettare edifici; tra questi ne segnaliamo tre che lo stesso gruppo di architettura ha realizzato: due soluzioni per la stazione televisiva locale e il museo della città.

IL PROGETTO DELLA CITTÀ
Il primo progetto di cui ci occuperemo è il piano urbanistico realizzato da Jalp. Ciò potrebbe sembrare persino impossibile nella realtà europea contemporanea perché, di fatto, stiamo parlando della fondazione di una nuova città di 12 chilometri quadrati e capace di ospitare un milione di persone. Il piano misura all’incirca 4x3 chilometri e presenta un orientamento Nord-Sud, fatto consueto nelle città cinesi, le quali ancor oggi seguono la tradizione. Siamo dinanzi ad una situazione simile alla città romana, nella quale il Cardo era orientato verso Nord-Sud e l’asse Decumano verso Oriente. Purtroppo non possiamo approfondire le ragioni di tali scelte, ma esse risulterebbero interessanti e sorprendenti. Il disegno urbano si presenta fortemente caratterizzato da un asse monumentale Nord-Sud che struttura tutta la città. Essa si compone di una serie di settori di forma rettangolare la cui rigidità è tuttavia ammorbidita dalla presenza di corsi d’acqua che rendono il paesaggio urbano più dolce e naturale. Una cosa che sorprende gli occidentali dinanzi alle città cinesi è la rigida orientazione Nord-Sud, non solo degli assi stradali, ma di tutti gli edifici. Il piano urbanistico di Tongliao non fa eccezione, inserendosi nella comune pratica urbanistica cinese. Leggendo la pianta si può facilmente notare come gli edifici siano per la maggior parte in linea, con poche variazioni riguardanti edifici monumentali o rappresentativi. Ma per il residenziale ci troviamo sempre dinanzi a blocchi lineari i cui fronti sono sempre e necessariamente Nord-Sud. Ciò è fatto per questioni di carattere energetico e per dare la possibilità ai singoli appartamenti di avere un doppio affaccio, utile per la ventilazione. Tali ragioni, giuste o sbagliate che siano dal punto di vista energetico, sono pressoché assodate in Cina e sono pertanto fuori discussione. Ai progettisti stranieri che operano in Cina ciò crea gravi imbarazzi, ma occorre uniformarvisi perché un progetto che non prevedesse una tale soluzione sarebbe rifiutato in partenza senza alcuna argomentazione. Per le città del Sud, dove le considerazioni climatiche sono diverse e la varietà è maggiore, ma per le città del centro-nord della Cina l’omogeneità è persino avvilente. Il disegno urbano presentava una difficoltà particolare. La Mongolia interna è un territorio di straordinaria bellezza nella sua unicità. In estate migliaia di chilometri quadrati di prato ininterrotto, ma in inverno è un luogo freddo e desolato, ugualmente affascinante ma di drammatica impressione. A tale severità, è stato ovviato tentando di integrare il disegno urbano con l’architettura del paesaggio. Trattandosi di un ampliamento urbano il rapporto tra costruito e verde è stato a favore del secondo, e il grande asse centrale, interamente dedicato a parco, è indicativo della filosofia del progetto. Come carattere particolare occorre notare un paio di elementi curiosi che non mancheranno di sorprendere il lettore occidentale. Il primo riguarda il fatto che all’estremo Nord della città troviamo una collina, certo di modeste dimensioni ma di grande importanza concettuale. Secondo i dettami del Feng Shui una delle regole basilari è di posizionare l’edificio o la città avendo dinanzi un fiume e alle spalle una montagna. Tale situazione ideale può essere ricreata artificialmente come nel caso celeberrimo della Città Proibita a Pechino. Qui, una piccola collina è posta all’estremo Nord del complesso monumentale circondato da un lago. Al sud della nuova Tongliao, infatti, vi è il fiume principale della città, accuratamente disegnato nei suoi bordi per offrire un piacevole svago agli abitanti. Il secondo elemento interessante è la posizione del palazzo del governo centrale. Esso si pone sull’asse principale, all’estremo Sud, in posizione assiale, come a dominare tutta la nuova città. Anche se parrebbe troppo autoritario, in realtà fa parte di una precisa tradizione cinese che non più essere ascritta ad un particolare clima politico, ma fa parte di una visione culturale nel quale l’imperatore, o il reggente, è il “regolatore” del mondo. Non a caso in inglese il termine «reggente» si traduce con «ruler», che ha il significato parallelo di «colui che dà misura al mondo». La Città Proibita e in particolare il seggio dell’Imperatore era il centro del mondo. Allo stesso modo, il palazzo del governo o dell’imperatore, tradizionalmente deve rappresentare la sua funzione in modo forte e persino inconsueto, ed in Cina questo fa parte del carattere locale, ancora oggi assai presente.

 

MUSEO DELLA CITTÀ
Questo primo progetto ci vede particolarmente coinvolti perché chi scrive ne è l’autore diretto, Paolo Vincenzo Genovese. Si tratta di un’opera assai diversa da quelle realizzate nella pratica comune cinese, più orientata ad un linguaggio monumentale e severo. Per questo motivo, al momento della presentazione la municipalità locale fece una forte opposizione perché la sua struttura anomala, l’immagine e il linguaggio, l’uso dei materiali e l’uso dello spazio, erano talmente anticonvenzionali da rappresentare un vero e proprio shock. Il progetto venne inizialmente rifiutato, e solo per insistenza del sindaco venne poi accettato. Proprio la sua anomalia ne rappresentò la forza e i dirigenti lo supportarono per offrire alla città qualcosa che lasciasse il segno. L’azione fu assai coraggiosa e questo indica la dinamicità e l’apertura che è possibile trovare qui. Il progetto accoglie una funzione molto diffusa in Cina: il museo cittadino. Al fine di informare i cittadini dei progressi di sviluppo delle diverse municipalità, e per dare loro un’immagine unitaria degli sviluppi urbani, pressoché ogni città di una certa importanza ha la necessità di costruire un museo cittadino che non raccolga le reliquie del passato, ma mostri l’attualità ed il futuro. Qui, troviamo sempre un plastico gigantesco di tutta la città. Inoltre, il programma prevedeva una sala per mostre con pareti divisorie mobili, sale conferenze di diverse dimensioni e una zona uffici, che rifiuta l’idea di “open space” per preferire quella di ufficio singolo, più autoritaria e dignitosa. In aggiunta, l’edificio doveva ospitare una sala cinematografica per le proiezioni di filmati relativi ai porgetti di sviluppo in corso. Il programma in sé non era complesso, ma la difficoltà riguardavano l’altezza complessiva che doveva essere tenuta entro un limite molto stretto. Nelle vicinanze era programmato l’ufficio del governo centrale che doveva esprimere la sua funzione simbolica in modo forte. Nacque così l’idea di interrare l’edificio, riducendone l’impatto visivo verso l’edificio governativo, posto a Nord-Ovest del lotto. Tuttavia esisteva una limitazione oggettiva derivata dalla falda acquifera abbastanza alta, data la prossimità del fiume. Era da escludersi pertanto un progetto interamente sotterraneo, sia per questioni legate alla falda che di natura psicologica. I cinesi, per loro natura, sono molto superstiziosi, anche se occorre precisare che non siamo di fronte a sciocche credenze vernacolari, bensì ad una radicata tradizione che affonda le sue radici nel Feng Shui. L’idea di un edificio interrato o parzialmente interrato aveva tuttavia vantaggi notevoli. Oltre a quelli già citati di natura visiva, vi era il problema della dimensione del lotto molto ridotta. Anche se il volume complessivo della costruzione non era eccessivo, l’appezzamento di terreno era molto modesto e il risultato sarebbe portato ad una eccessiva compressione dell’edificio. In aggiunta, vi era il grave problema di venti freddissimi e persistenti per numerosi mesi all’anno provenienti da Nord-Ovest che avrebbero esasperato i consumi energetici del complesso. Quest’ultimo fu l’elemento determinante che ci spinse a scegliere la soluzione di un edificio parzialmente interrato. Esso doveva avere i fronti Nord e Ovest al di sotto del terreno sia per tagliare i venti e sia per integrare l’edificio nel paesaggio, una delle componenti più importanti della nostra poetica. Il nostro lotto aveva in più la particolarità di avere una sezione di terreno contigua destinata a parco. Pertanto era possibile realizzare una collina il cui declivio non era eccessivamente forte e, pertanto, percorribile dal pubblico. Gli altri due fronti, Sud ed Est, erano invece da aprire per questioni di luce e di climatizzazione. Vista la natura del clima locale, freddo ma con cielo assai sereno e senza inquinamento, decidemmo di mettere una doppia facciata di vetro atta a creare una serra solare, capace di catturare il sole durante i giorni d’inverno e di aprirsi completamente nei giorni d’estate. Tra le due vetrate della serra ponemmo un giardino, il quale doveva avere la funzione di offrire un ambiente di lavoro piacevole. Data la particolare situazione cinese, i ritmi di lavoro sono fuori dal comune. L’ufficio è il luogo dove le persone trascorrono la maggior parte del tempo, pranzi inclusi. È sempre stata nostra cura nei progetti realizzati in questo paese generare spazi di lavoro che fossero i più piacevoli possibile. Nella maggior parte dei casi gli uffici in Cina sono brutti, e se è vero il detto che il bello è soggettivo, in questo caso possiamo affermare che, invece, il brutto è oggettivo. Un giardino inserito in una serra avrebbe avuto la funzione di generare non solo un elemento piacevole per la vita quotidiana di coloro che ivi lavorano, ma sarebbe stato anche un elemento fondamentale per la climatizzazione passiva dell’edificio. Vista la delicatezza del fronte Nord-Ovest, era necessario creare un fronte dirompente a Sud, utilizzando un linguaggio di grande forza. I nostri progetti non partono mai da un disegno di facciata, ma essa è semmai il risultato di una riflessione sullo spazio. Pertanto ci concentrammo sulla generazione di uno spazio interno di grande impatto visivo e funzionale. L’edificio doveva avere un grande ventre vuoto con grandi lucernari a soffitto che ne sventravano il colmo. All’esterno cristalli con forme scultoree; all’interno una luce zenitale che inonda gli spazi ipogei. Lo spazio assunse presto forme intense e tale forza poteva essere rispecchiata all’esterno. L’idea linguistica nacque dal vicino fiume. Il fronte Sud doveva apparire increspato come le acque di un fiume e il fronte Est invece assunse una vaga forma antropomorfa, forse vicina all’opera del nostro amato maestro Günther Domenig. Dalla sommità dell’edificio piante dovevano grondare verso il basso nella breve stagione calda, in modo da riparare l’ingresso dei raggi solari all’interno. Dal punto di vista poetico, l’edificio affonda le sue radici nell’architettura organico-espressionista europea. Come detto in precedenza, i modelli formali più diretti sono riconducibili all’architettura del maestro austriaco Günther Domenig, il quale ha avuto una forte influenza sul nostro modo di progettare. Ma proprio perché siamo profondi ammiratori del suo lavoro abbiamo sempre tentato di non uniformarci ai suoi modelli figurativi, del resto molto personali ed inimitabili. Saremo soddisfatti se almeno un po’ della sua forza trapelasse dal nostro ben più modesto lavoro. L’architettura nel nostro progetto ha l’intenzione di aggredire lo spazio circostante. O con maggiore precisione, possiamo dire che un luogo dinamico e articolato, un sistema di connessioni che Bruno Zevi avrebbe chiamato “quadridimensionali”, deve generare una forma di architettura che sia espressione di un continuum spaziale. L’aggressione alla forma non è pertanto violenza gratuita, o tormento interiore. Confessiamo che, personalmente, siamo persone tranquillissime e felici e non abbiamo bisogno di baggianate psicanalitiche per giustificare i nostri lavori. La ricerca sulla forma è sempre derivata da una ragione spaziale. Non a caso la nostra ricerca filosofica si basa sulle discipline orientali, in particolare il Taoismo. Se proprio volessimo trovare un fondamento di carattere filosofico al nostro progetto per il museo cittadino di Tongliao, ebbene lo dovremmo trovare sul concetto di Wú Wéi, un’espressione cinese che non ha una solida traduzione in lingua occidentale, ma che normalmente viene indicata come «assenza, vuoto», o meglio in inglese con «nothingness». Mai idea fu peggio tradotta. In realtà, occorre un lungo articolo per spiegare questi ideogrammi che sono uno dei fondamenti del Libro del Tao e della Virtù di Lao Zi e dell’Arte della Guerra di Sun Zi. Uno dei concetti che può potrebbero avvicinarsi a tale idea è quella di «motore immoto», o «azione senza azione», che lungi dall’essere un gioco di antinomie ha invece in Asia una realtà ben precisa. L’assenza, il vuoto, il principio immanente, è pertanto il centro del nostro pensiero e questo progetto ne è un’espressione precisa. Sembra quasi che l’aggressività della forma e la complessità dello spazio non siano altro che accadimenti fortuiti, qualcosa di molto simile alla proliferazione di creature mostruose che così tanto arricchiscono i templi indiani nel loro esterno, mentre al loro interno un senso di grande pace e vuoto è l’espressione più alta della complessità filosofica dell’Oriente. Se qualcosa questo progetto vuole esprimere è appunto l’assenza.

“Lungi dall’essere una visione moderna, una delle essenze dell’estetica cinese è la magniloquenza, un’idea di dignitoso ordine e grandezza.”

 

GRATTACIELO DELLA TELEVISIONE LOCALE IN DUE VERSIONI
Come nel caso precedente, il gruppo di architettura Jalp è stato incaricato di realizzare un secondo progetto. Al piano urbanistico generale sono seguiti alcuni incarichi progettuali di singoli edifici. Il secondo progetto di cui dobbiamo occuparci è di particolare rilevanza perché accoglie una funzione chiave per le istituzioni cinesi: il centro di trasmissioni televisive locale. Si tratta di un edificio rappresentativo e di grande importanza per le istituzioni locali che lo considerano uno dei centri chiave di ogni città, importante a tal punto da rivestire una funzione simbolica del tutto rilevante. In questo caso, pertanto, si trattava non solo di realizzare un edificio simbolo, ma anche di risolvere una serie di problematiche tecniche e organizzative davvero notevoli. Per quel che riguarda la nostra esperienza, ci trovammo dinanzi ad uno degli edifici funzionalmente più complessi mai progettati. Il programma era apparentemente semplice: il complesso doveva essere diviso in un basamento funzionale con sale di registrazione, due auditorium di diversa dimensione e di cui uno molto grande, numerose sale tecniche e una serie di corridoi distributivi molto ampii per l’ingresso di piccoli veicoli a motore per il cambio delle scenografie. Accanto al corpo basso, doveva sorgere un edificio a torre capace di ospitare uffici, tra cui quelli dirigenziali posti in alto, un piccolo hotel per ospiti, ristoranti, caffetteria e altre funzioni ricreative, ed in più le radio trasmettitrici in sommità. La torre, come spesso accade in Cina, doveva essere di altezza inferiore ai 100 metri poiché per edifici più alti entrano in gioco altri tipi di regolamentazioni, assai più complesse e che devono soggiacere a controlli più rigorosi. Dopo il terremoto devastante della città di Tángshān del 1976 che causò la morte di 255.000 persone secondo stime ufficiali, la regolamentazione cinese in fatto di norme antisismiche divenne severissima. Il progetto venne presentato in due versioni, la prima curata dall’architetto Tao Zhang che vinse la realizzazione, la seconda curata da chi scrive, Paolo Vincenzo Genovese. Le due proposte si presentano quasi identiche dal punto di vista organizzativo poiché la complessità delle funzioni interne e gli aspetti simbolici legati al disegno urbano lasciavano pochissime libertà. Si è adottata la strategia di realizzare due progetti basati su linguaggi diversi, uno elegante e semplice, mentre il secondo più vicino ad un’estetica cubista e formalmente più complesso. Il complesso televisivo si colloca in una posizione chiave all’interno del nuovo piano urbanistico. Come descritto in precedenza, il nuovo ampliamento urbano si basa su un asse principale Nord-Sud di grande dimensione. Tutti gli edifici prospicienti il grande parco lineare devono accogliere una funzione particolarmente rappresentativa, come nel caso del nostro progetto. Esso si colloca ad Ovest dell’asse e la torre per uffici si affaccia direttamente sull’asse monumentale. Ne conseguì che la torre doveva essere direttamente prospiciente il parco, sia per questioni rappresentative sia funzionali. Il primo progetto è realizzato su disegno dell’architetto Tao Zhang ed ora in corso di costruzione. Si tratta di un elegante complesso che basa la sua forma su un concetto molto importante per l’architettura cinese: la “grandiosità”. Lungi dall’essere una visione moderna, una delle essenze dell’estetica cinese è la magniloquenza, un’idea di dignitoso ordine e grandezza. Nell’architettura del passato ciò si manifestava con una rigida assialità dei complessi monumentali, forme capaci di strutturare lo spazio dando un senso di ordine celestiale. Nell’architettura moderna, pur venendo a mancare i simboli del passato, la tradizione e molta della filosofia che generò i capolavori storici, è possibile trovare tuttavia un senso di grandezza che si manifesta con altre forme e linguaggi. Seguendo la tendenza occidentale, possiamo trovare una forte semplificazione delle forme, fenomeno che a partire dal Movimento Moderno ha attraversato il XX secolo con l’International Style. Il progetto di Tao Zhang rispecchia tale modo espressivo, ma lo fa in modo estremamente elegante e tale da discostarsi dalla comune pratica progettuale cinese, in generale assai banale e priva di inventiva. La soluzione ideata da Tao Zhang integra paesaggio e architettura. Lo fa grazie ad un grande giardino che a partire dal parco assiale del disegno urbano entra nel lotto destinato alla stazione televisiva e, attraverso una grande rampa inclinata, lo porta fino alla sommità del gigantesco basamento che ospita le funzioni tecniche. Con molta abilità egli ha realizzato un tetto verde destinato a giardino soprastante il gigantesco blocco, alto circa dieci metri, che ospita le funzioni più tecniche del complesso, quali sale di registrazione e depositi attrezzi. Il complesso è infatti realizzato da un lunghissimo blocco che occupa tutta la parcella destinata all’edificio, completamente vetrato sul lato Sud. Al di sopra il giardino dal quale emergono tre grandi blocchi funzionali destinati ad auditorium, due di forma molto semplice, e uno che adotta l’estetica del diamante: un puro cristallo che emerge dal verde. Quindi la torre per uffici che, come spesso avviene in Cina, sembra tozza e sgraziata a causa della limitazione dell’altezza di cui abbiamo già accennato le ragioni. Tali costruzioni devono avere una certa dimensione in pianta, atta ad ottimizzare gli spazi funzionali interni e la zona destinata al lavoro. Tali rigide necessità limitano fortemente la creatività degli architetti che sono soggetti a tali e tante regolamentazioni da rendere la professione una vera e propria corsa agli ostacoli, o meglio, un calvario. Tao Zhang ha tentato di smorzare la pesantezza del disegno tagliando un angolo dell’edificio e spaccando il fronte est in due parti, generando due grandi lastre che si piegano e si congiungono in sommità. Ed è il culmine dell’edificio che è forse l’elemento più espressivo di tutto il progetto, poiché è ripresa la logica del cristallo utilizzata per il blocco inferiore. Ma in questo caso ha una visione più forte, un vero e proprio diamante che contiene sia una terrazza panoramica sia i trasmettitori televisivi. La seconda soluzione è di stampo più radicale, come ogni lavoro che ci riguarda. In osservanza al detto «if you’ re gonna be a bear, be a grizzly», abbiamo volutamente creato una soluzione che proponesse un linguaggio di grande forza espressiva, basato stavolta sull’estetica cubista. A livello funzionale poche sono le differenze con il primo progetto. Relativamente allo stile, concettualmente dobbiamo pesare ad una serie di estrusioni e compressioni di volumi rispetto ad un parallelepipedo iniziale. Partendo dal presupposto che gli edifici a torre in Cina sono necessariamente tozzi, allora la soluzione da noi adottata è stata di negare la forma, attraverso una serie di alterazioni del volume, atte a far diventare il complesso una sorta di scultura di enormi dimensioni. La stessa estetica è stata usata per il corpo basso: variazioni della forma originaria, inserendo cubi vetrati, generando incavi, finestre a soffitto, una vera e propria proliferazione di forme che hanno lo scopo di generare una forma inconsueta per l’intorno. Ma si tratta di pura ricerca formale? Ovviamente no. La pura forma o estetica non ha alcun interesse per noi. Il centro della nostra ricerca è lo spazio complesso, variamente inteso. Qui, ancora, ci interessava realizzare un edificio per uffici e hotel nel quale fossero inseriti luoghi di vita piacevoli. Sovente proponiamo la soluzione di giardini pensili. Visto che la tipologia per uffici presenta quasi sempre soluzioni standard, di basso profilo qualitativo, è nostro desiderio realizzare spazi del vissuto nel quale agli spazi di lavoro si alternino luoghi di riposo, spazialmente emozionanti. La soluzione “cubista” oltre ad offrire un linguaggio spettacolare, dà la possibilità di inserire terrazze sospese, incavi, serre solari contenenti guardini coperti, in poche parole, una variazione continua di luoghi del vissuto. L’analisi delle piante dell’edificio conferma quanto diciamo. Ogni piano è diverso dall’altro, seguendo una continua variazione di spazi pieni e vuoti, terrazze e serre, incavi ed estrusioni, sempre all’interno della forma rettangolare, quest’ultima particolarmente funzionale per la tipologia ufficio. La soluzione di realizzare piante diverse non crea particolari difficoltà realizzative. Essa è comunque e sempre basata su una griglia strutturale molto rigida, indispensabile agli ingegneri calcolatori che abbisognano di una simile semplificazione sia per i calcoli di sicurezza antisismici sia per la rapidità costruttiva, assai pressante in Cina. Un’ulteriore motivo della variazione in pianta risiede nel fatto che chi vivrà in quei luoghi avrà la necessità di identificarsi in uno spazio che sia proprio e distinto rispetto agli altri. La standardizzazione dei luoghi di lavoro porta alienazione e per tale motivo abbiamo adottato la scelta di realizzare luoghi che siano tutti diversi. L’esperienza di incontro, fondamentale per la Cina di ieri e di oggi, è attentamente progettata. Ogni due o tre piani, troviamo infatti uno spazio comune, in genere verde, dove le persone si possono ritrovare per chiacchierare, discutere, giocare, o esperire quella particolare forma di incontro comune che per migliaia d’anni è stata la norma della società cinese e che invece, oggigiorno, viene sempre più negata dall’adozione di modelli abitativi e di lavoro importanti acriticamente dalla società occidentale. Ancora una volta abbiamo creato sì una forma anticonvenzionale, ma ci siamo sforzati di comprendere quali sono le logiche spaziali e di comportamento di questa nazione, tentando di penetrare l’idea di vuoto e di spazio che la Cina possiede nella sua tradizione e la cui complessità è raramente superata.

 
Paolo Vincenzo Genovese
Jun Cai

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