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Fundamentals?

Il Progetto 40
1 ottobre 2014
Michael Graves
1 maggio 2015
 

“La mia sarà una Biennale sull’architettura e non sugli architetti”, questa una delle prime affermazioni di Rem Koolhaas appena ricevuto l’incarico di curatore della Biennale di Architettura per il 2014. Di Architettura, però, non se ne è vista troppa. Articolata in tre manifestazioni complementari: Absorbing Modernity 1914-2014, la manifestazione delegata alle singole nazioni partecipanti ospitata all’interno dei padiglioni dei giardini, Elements of Architecture, sempre ai giardini, e Monditalia, alle Corderie, la rassegna non è sembrata centrare le aspettative, anzi, è ben lontana negli esiti da quanto ci (mi) si aspettava(o). Nonostante le parole di Paolo Baratta: “Mai come quest’anno la Biennale è nella Biennale”, a Venezia – mi riferisco esplicitamente ad Elements of Architecture - sembra di essere a scuola. Ad un Istituto per Geometri (immagino, non conoscendoli) dove trionfa la banalità. Lontanissimi gli acuti delle Biennali di Fuksas e Betsky. Elements of Architecture non si concentra affatto (o per lo meno non ci è proprio sembrato) sugli elementi fondamentali dei nostri edifici, sugli elementi costruttivi e costitutivi dell’architettura, in ogni luogo e in ogni tempo, ribadendo come l’architettura sia, in fondo e soprattutto, finalizzata a costruire, ma propone, in maniera disorganica e arruffata, un catalogo da SAIE, esposto in maniera “radical chic” (come ha ricordato Luigi Prestinenza Puglisi), privo di contenuti sperimentali rappresentativi di sperimentazioni e ricerche contemporanee. Eppure molto ci sarebbe stato da dire. Sempre ammesso che l’operazione sia concettualmente corretta, e non mi pare - l’architettura è corpo unitario, corpo vivente, pensiero, complessità, congruenza e rispondenza tra uomo, pensiero, trasformazione del mondo, non smembrabile e banalizzabile in fiera dell’edilizia -, la mostra si concentra anche e comunque su un modello espositivo poco condivisibile: il “catalogo” (ben poco tecnologico) messo in piedi da Koolhass è di tipo manierista, come ha ricordato lo stesso Luigi Prestinenza Puglisi: “… guardare agli oggetti comuni con un occhio non convenzionale, posto in un punto decentrato. Del resto da sempre Koolhaas frammenta l'architettura in lacerti linguistici (lo ha già fatto con pezzi di Le Corbusier, di Mies ecc…) per poi ricomporli. Solo che adesso il processo di riduzione è a un punto ancora più prossimo al grado zero. Dove il confine tra architettura e arte evapora. Esattamente come avviene con l'orinatoio di Duchamp: sembra l'opera più prosaica del mondo, in realtà è la più astratta, la più concettuale, la più evanescente. Giganteggia patetica e sublime, a dichiarare questa poetica, la scala michelangiolesca della Laurenziana, anch'essa smontata in componenti "fondamentali" e le cui immagini fanno bella mostra di sé a Monditalia. Forse un'immagine emblematica messa da Koolhaas per suggerire che lui dalla poetica dell'elenco e del manierismo non vuole né riesce a distaccarsi. Ha un senso questa operazione? In questo momento credo di no. E' fuori tempo massimo, nella sua ansia combinatoria di giocare con frammenti ripresi, riorganizzati, riarticolati. Oggi le strade dell'architettura sembrano, e per fortuna, essere diverse”. Ma in che senso “radical chic”? E’ lo stesso Prestinenza a spiegarcelo: “Prendiamo Villa dall'Ava: è una sommatoria di pezzi tratti da altre architetture. Un montaggio di elementi che fa pensare a quello del linguaggio classico (cfr. Summerson e la sua interpretazione de il codice classico dell'architettura), solo che invece di montare timpani e colonne, Koolhaas monta pezzi d'architettura moderna. In questo senso Koolhaas applica una sintassi postmodern (fatta di smontaggio e rimontaggio) a elementi linguistici moderni e proprio in questo si differenzia dai tromboni neotradizionalisti che hanno cavalcato in tutt'altra direzione il postmodern. Con la mostra Elements of Architecture alla biennale, fa un ulteriore passo rispetto a villa Dall'Ava o opere similari: smonta (per poi rimontare) pezzi ma prendendoli dal catalogo di tutti i giorni; li prende non più dalla storia dell'architettura ma dalla industria generica, quella che costruisce la città generica da lui descritta e teorizzata. La creatività non è permessa nel disegnare il pezzo (perché questo lo fa l'industria), ma nel montarlo e/o riassemblarlo. Un po' come Michelangelo con la Laurenziana che non sceglieva i pezzi ma decideva dove metterli e come accostarli tra loro. In questo modo Koolhaas sembra far quadrare il cerchio: da un lato un'architettura banale, fatta di elementi presi dalla realtà industriale e di tutti i giorni, dall'altro una formatività colta e aristocratica. Si tratta però di una soluzione manierista, ancora tutta interna alle riflessioni sul linguaggio tipiche degli anni settanta, mentre oggi l'architettura sembra andare in direzione diversa. Produrrà dei guai? Certo: non voglio neanche pensare alla marea di emuli che giocheranno a montare in modo strano i pezzi ripresi dal catalogo del SAIE per dimostrare che loro sono generici e aristocratici. Ecco perché ho parlato di SAIE radical chic”. Atteggiamento di critica diffuso che pare aver messo d’accordo tutte le variegate, eterogenee anime de Il Progetto. Così Nino Saggio, a pochi giorni dalla vernice: “l’architettura è un corpo. La 14º Biennale di Architettura ne presenta invece le diverse componenti come pezzi su un tavolo operatorio. Si spezza così ogni legame con la ricerca scientifica tecnologica filosofica del mondo contemporaneo. Negli stessi giorni della straordinaria “Repubblica delle Idee” a Napoli, a Venezia si è aperta una Biennale di architettura Fondamentalista.

 

Sono andato a visitare la mostra senza alcun pregiudizio. Ero di buon umore, ma dalla mostra sono uscito di umore addirittura euforico! Ero entusiasta, radioso. Mai avevo visto una mostra che con altrettanta chiarezza raffigurasse l’esatto opposto del mio pensiero. Avevo una grande energia, volevo dire a chi incontravo quanto fossi contrario e perché. Cosa fa il curatore olandese Rem Koohlaas? Beh semplicemente dichiara: “Esistono dei Fondamentali dell’architettura”. Già questo è molto discutibile, ma soprattutto Koohlaas è certissimo di quali siano questi fondamentali: sono le “parti” dell’architettura. Cioè il tetto, il balcone, le scale i corridoi! Organizza le mostra esponendo queste parti, e struttura il catalogo campionando esempi provenienti da vari repertori e fonti. Bisogna dire che il curatore è di una coerenza somma. Nessuna sbavatura, nessuna incertezza: tutto è coerente, sino all’icona scelta per rappresentare la sua mostra, l’ossatura nuda e cruda di una casa in cemento armato che Le Corbusier aveva disegnato in prospettiva nel 1914. L’operazione di Koohlaas è semplice. Prende il corpo dell’architettura e lo mette su un tavolo di vivisezione. Lo taglia in pezzi: gambe, piedi, braccia, cosce e ce li presenta cosi: segati su questo tavolo. Eccoli i suoi fondamentali. Ma sia chiaro da questi pezzi nessun insieme potrà mai essere ricostruito! Noi di nITro, pensiamo invece, che l’architettura sia un corpo e per capirlo questo corpo l‘operazione da fare sia esattamente l’opposta. Bisogna lavorare sul fatto che non sono le singole parti che devono essere esaminate, ma al contrario sono le forze magnetiche, i campi che permettono alle parti di stare insieme e creare il vortice che si chiama architettura che devono essere studiate. L’architettura è sinergia per antonomasia. 1+1 fa 3 in architettura. Se si parte dagli ingredienti non si capirà mai la magia del loro intreccio. Gli ingredienti “non sono mai il risultato”, giusto? Neanche in cucina. L’architettura è lo sforzo umano di dare significato allo spazio. E in questa fase di accelerazione tecnologica di nuove invenzioni delle scienza, dei materiali, del pensiero, delle relazioni e delle interrelazioni questo “campo” determina valore anche economico anche sociale. La chiave è capire l’intero spettro dell’operazione di questa Biennale di Architettura (sino al 23 novembre). Che cosa vuol dire infatti 1. che esistono dei fondamentali, 2. che questi fondamentali siano le “parti” dell’edificio e 3. diffondere un credo così semplificato da una tribuna così prodigiosa, da una sorta di arengario mediatico? Scusatemi, ma che cosa volete mai che sia questa posizione? Si tratta, appunto di una posizione fondamentalista. Ne abbiamo un esempio clamoroso: nelle montagne rocciose e negli altopiani desertici tra Mar Caspio, Golfo Persico e Oceano Indiano abbiamo l’epicentro. È una posizione che usa gli stessi ingredienti, le stesse parole, la stessa grammatica elementare, lo stesso potere assoluto, la stessa grettezza nei confronti del pensiero critico, della libertà individuale delle scelte di comportamento nella sfera sessuale e personale. Poche fondamentali “regole” che bloccano ogni pensiero critico, non invitano ad interrogarsi su nulla, non invitano a pensare su nulla. Insomma l’esatto opposto di quello che muove un pensiero critico e della libertà e della innovazione. Anche a François Roche, prestigioso architetto, la mostra ha sollevato dubbi pesanti e criticando aspramente Fundamentals ha scritto che “creation is exactly at the opposite… articulating production and critical meaning, associating emergencies and knowledge, developing apparatuses, as said M Foucault, which question the order of discourses, meaning and authority.” Siamo contro questa mostra contro questa mostra. E’ l’opposto di tutto quello che abbiamo cercato di fare .. developing apparatuses which question the order of discourses…”. E ancora, Andreas Ruby, su facebook: I think Eisenman is right. Koolhaas blew an incredible opportunity. Fundamentals? They are taught in architecture school, and much better than in this show. The Biennale is a stage to critically inspect the contemporary condition of architecture. Its a place where you have to take a position. And his entire show is nothing but an eloquently disguised exercise to avoid taking any position. That's hugely disappointing. But maybe also the start of a new beginning.”. Già, un’occasione incredibile persa, da Koollhaas non ce lo aspettavamo, che non prendesse posizioni. Non penso sia l’inizio di un nuovo inizio, piuttosto una fine.

“La mia sarà una Biennale sull’architettura e non sugli architetti”... Di Architettura, però, non se ne è vista troppa.

 

Ma è certamente interessante leggere quanto dichiarato da Peter Eisenman immediatamente dopo l’apertura della mostra veneziana in un’intervista a Valentina Ciuffi: “First of all, any language is grammar. The thing that changes from Italian to English is not the words being different, but grammar. So, if architecture is to be considered a language, 'elements' don't matter. I mean, whatever the words are, they're all the same. So for me what's missing [from the show], purposely missing, is the grammatic. Look, 50 years ago, we knew that Modernism was dead. Le Corbusier, Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright: all dead. We didn't know what the future was but we knew all this was dead. In '68 we found out what the future was going to be: the revolution in '68 in the schools, in culture, in art etc: all was changed. We are now 50 years from '64 and the totemic figure of these 50 years, the symbolic figure? Rem Koolhaas, right? Rem Koolhaas presents the Biennale as la fine [the end]: "The end of my career, the end of my hegemony, the end of my mythology, the end of everything, the end of architecture." Because we don't have architects [in the biennale]. We have performance, we have film, we have video; we have everything but architecture. So Rem is saying: "You know, I want to say: I don't do this, I don't do this, I don't do this, but I also want to tell you that I don't want you to tell me my end. I'm telling you the end." He makes the point, bonk, like that. He's stating his end. And he's finished. And we don't know what's coming in four five years. 2018, like 1968, could be a revolution. Who knows? … Well it's Rem. It's Rem because he doesn't believe in grammar. That's Rem, and that's good. Look, when he was at the Architecture Association School in 1972, in the spring of '72 when he quit – because he never finish school, you have to understand – because he went to the new director and he said, quote: "I want to learn fundamentals. Where can I learn fundamentals?" And the director looked at him and said: "We don't teach fundamentals here. We teach language." And then he quit. So there is a relationship between quitting the school in 1972 and Fundamentals today. Okay? … I love Rem. I think it's very important to have lived in the time of Rem, like to have lived in the time of Corbusier. In '62 I went to Paris and I stood on the doorstep of Le Corbusier's atelier at 35 rue de Sèvres with my mentor Colin Rowe. He said, "Ring the doorbell!" And I said: "What I'm going to say to this guy? What am I doing here?" And I think that students today feel the same way about the mythology of Koolhaas: "What am I going to say to him?" So very few people would challenge him. If you ask him questions; yesterday at the press conference people were asking him questions and he said: "I don't answer questions like this. You should stop asking questions." So he's a very, very clear and a good person to put this biennale on. And sarà la fine dell'architecttura [it will be the end of architecture].”. Errato, pertanto, parlare di mancanza di archistar, di trionfo dell’architettura. E sbagliato, anche, parlare di “fondamentali”, perché tali non erano se non in maniera basica, da non addetti ai lavori, superficialmente definibili “intellettualizzati”. Io non ne ho compreso il/i significato/i. Corridoio, pavimento, balcone, porta, latrina, scala i (banali perché banalmente rappresentati) protagonisti di una Biennale che certo non ha entusiasmato. Rispetto alle Biennali scorse, ciò che ci sembra, è che l’inventore delle “archistar” abbia voluto in qualche modo celebrare solo se stesso, il “curatore star” come definito da Eisenman. Koolhaas “ripropone gli elementi che dovrebbero costituire i riferimenti per un rigenerato e attuale rapporto tra noi, la nostra civiltà e l’architettura”? lo fa in maniera banale, non all’altezza del curatore che avrebbe potuto e dovuto essere, proponendo un’immagine da catalogo ottocentesco, quasi didascalica degli elementi dell’architettura, mentre molto si sarebbe potuto dire ed esporre rispetto ai temi portanti della ricerca contemporanea riferibili alla costruzione dell’architettura e ai suoi fondamentali. Togliere la grammatica all’architettura e lasciare solo la tecnica e le sue componenti a chi non la domina (gli architetti), non poteva che decretare la fine del ruolo degli architetti. Un suicidio voluto? Ciò che tuttavia non fa naufragare completamente la 14 biennale è l’esposizione proposta dai 65 Paesi rappresentati a Venezia (dei quali 11 sono nuovi: Azerbaijan, Costa d’Avorio, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kenya, Marocco, Mozambico, Nuova Zelanda e Turchia). Tra loro, chi ci è piaciuto maggiormente, sono state l’Olanda, la Francia, la Finlandia e Israele, nonostante la Russia sia stata la nazione che meglio ha interpretato, probabilmente, il tema proposto: “assorbire la modernità”. Molto interessante la retrospettiva su Bakema proposta dal padiglione olandese, e di grande interesse la retrospettiva critica sul/i significato/i dei film di Jacques Tati, attraverso la rappresentazione di Mon Oncle tramite la proiezione di parti del film, la ricostruzione di modelli, l’interrogazione sull’attualità del suo messaggio. Al centro del padiglione il grande modello di Villa Arpel, la casa protagonista del film, corredata dai disegni originali di Jacques Lagrange. Modernissima, rappresenta le contraddizioni della modernità: “promessa o minaccia?”. Bellissimo il padiglione finlandese, che propone Re-creation, un’installazione in due parti basata su un’idea di Anssi Lassila. Una parte dell’installazione è stata costruita da una squadra finlandese, l’altra da una squadra cinese. Insieme, le due installazioni danno vita a un dialogo sottile e complesso tra gli architetti e i costruttori del luogo. Un’interrogazione e una riflessione sul concetto di autentico e di copia, che mette in discussione il loro rapporto. UrBurb, un neologismo che combina urbano e suburbano, è un arcipelago di raggruppamenti isolati, prevalentemente organizzati come strutture organiche, all’interno di un’infrastruttura controllata. Né urbana né suburbana, UrBurb è la conseguenza di cento anni di pianificazione modernista nel paesaggio israeliano. Di qualche interesse anche OfficeUS, l’ufficio proposto dal padiglione americano che si presenta come un ufficio tecnico che lavorerà per tutta la durata della Biennale. Absorbing modernity celebra la storia e insieme indaga il futuro. Come nelle più recenti biennali, ma diversamente dalle precedenti biennali, anche nei padiglioni nazionali viene rifiutato il mondo delle “ArchiStar” e trattato piuttosto il tema della disciplina, l’Architettura, proponendo tuttavia “figure eroiche” dell’architettura moderna. Monditalia, all’Arsenale, la parte meglio riuscita della rassegna, ha effettivamente messo in scena un Paese unico e prototipico dell’attualità: l’Italia, dove convivono e dialogano insieme immense ricchezze, creatività, competenze e potenzialità con la turbolenza politica. 82 film e 41 progetti sono esposti in una fusione interdisciplinare in cui Danza, Musica, Teatro, Cinema e Architettura vengono “ibridati” e mescolati a rappresentare le contraddizioni del nostro Paese. In Monditalia vengono rappresentati tutti i settori della Biennale di Venezia, insieme all’Architettura anche il Cinema, la Danza, la Musica, il Teatro, a rappresentare una sorta di Tabula Peutingeriana, come ha ricordato lo stesso Koolhaas, ancora valida per rappresentare oggi il nostro paese. Una “narrazione” architettonica che si sviluppa lungo le corderie dell’Arsenale, corredata da filmati, plastici, performances a raccontare decenni di questioni irrisolte. Meno interessante, sia pure con un buon allestimento, la rassegna sui “contemporanei”, dove Zucchi ha proposto un panorama troppo eterogeneo e disomogeneo rappresentando, un po’ troppo Milano e, secondo chi scrive, un mondo autoreferenziale di amici degli amici dove solo alcuni autori (Zucchi ha dichiarato di aver voluto mostrare opere e non architetti…?!) meritavano la presenza in Biennale (mancavano autori e opere eccellenti), sia per storia vissuta che per effettiva qualità della ricerca e delle opere realizzate.

 
Maurizio Bradaschia

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