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Gunther Domenig

Oris Days of Architecture
1 marzo 2005
Aga Khan Award for Architecture 2004
1 giugno 2005
 

Il complesso St. Marx per la T-Mobile a Vienna

 

Senz'altro assertivo si può definire il contributo dato da Gunther Domenig al rinnovamento della città di Vienna. Per la seconda volta il capofila della Scuola di Graz, nativo della Carinzia, porta la sua firma nella capitale austriaca e lascia un segno indelebile che vuole essere provocatorio, volutamente anti-mimetico. Lo aveva fatto con la sede della Zentralparkasse sul finire degli anni Settanta, lo fa con la sua più recente ed eclatante realizzazione, il Búro-u. Geschaftszentrum St. Marx, sede della compagnia telefonica T-Mobile. I tempi tuttavia sono cambiati, così, mentre la forma tormentata della sede bancaria su Favoritenstrasse provocò un fortissimo contraccolpo nel contesto culturale viennese, proponendosi volutamente in antitesi allo spirito conservatore allora predominante, oggi, il nuovo intervento di Domenig verrà sicuramente assorbito senza particolari resistenze da parte della cittadinanza. Il nuovo complesso, infatti, rappresenta solo un ulteriore tassello di un generalizzato rinnovamento che interessa, ormai da anni, Vienna e le sue architetture, dal centro alla periferia, un cambiamento d'indirizzo al quale la popolazione sembra non opporre più un così netto rifiuto. Chi non fosse al corrente dell'esistenza della nuova realizzazione firmata Domenig, o meglio, per la precisione, Domenig/Eisenkóck (Architektur Consult ZT), trovandosi davanti alla mole del complesso St. Marx, con le sue lamine metalliche e le sue forme imbizzarrite — e per questo già paragonato dalla stampa locale ad un dinosauro —, avrebbe sicuramente qualche tentennamento, in un primo momento, nell'attribuire l'opera, indugiando ora su Morphosis — autori già presenti nel contesto austriaco in quel di Klagenfurt — ora su Coop Himmelblau — magari proprio per la vicinanza del loro intervento ai gazometri. Senza dubbio sia Tom Mayne, ma soprattutto Wolf Prix e Helmut Swiczinsky sono debitori della lezione impartita con coerenza negli anni da Domenig, come sono a lui debitori non solo gli esponenti della celebrata Scuola di Graz, ma anche le nuove firme che sempre più si stanno affermando nel panorama viennese, come quelle di Delugan-Meissl, di Bus architektur e BKK3. La lezione di Domenig basata sulla tensione del contrasto sembra essere stata assimilata dalle nuove generazioni e dalla stessa cittadinanza, se è vero che, come ebbe a sottolineare Domenig, senza la Zentralparkasse, Hollein non avrebbe mai avuto la possibilità di costruire la sua Haas House sulla Stephansplatz.

 

Il Center St. Marx, non solo è l'architettura di più grande scala realizzata dal Maestro della Carinzia, ma rappresenta anche il più imponente edificio per uffici di Vienna con la sua superficie di appoggio di 128.000 mq, gli 80.000 mc di cemento utilizzato e le 8.000 tonnellate di acciaio. Negli undici piani di cui si compone il complesso sono distribuite 3.000 postazioni di lavoro per una superficie totale di 58.000 mq alla quale si aggiungono anche un hotel, negozi e altre istituzioni pubbliche. Pur contemplando una forma insolita, l'edificio non è costato più di una tradizionale torre per uffici e i tempi di realizzazione preventivati sono stati rispettati pienamente (i lavori sono iniziati nel 2002 e si sono conclusi nel 2004), nonostante siano quelli generalmente impiegati per la costruzione di una normale casa unifamiliare. Insomma, a quanto pare si è trattato di una scommessa vinta. La possente mole del Beiro-u. Geschàftszentrum St. Marx è destinata a diventare un punto di riferimento nell'area della Schlachthausgriinde, un settore industriale non lontano dal Prater, situato fra il centro città e l'autostrada sudorientale. Percorrendo la sopraelevata della Gùrtelautobahn, difatti, lo sguardo passivo dell'automobilista non può non venire attratto da un lato dai cilindri in laterizio dei gazometri con l'enfatica aggiunta di Coop Himmelblau, dall'altro lato proprio dalla punta in elevazione del St. Marx, dalla testa protesa del dinosauro, dall'aspetto aggressivo, poco pacifico. Tuttavia, la presenza altrimenti invasiva del nuovo complesso è mediata con l'intorno in virtù di un'articolazione attenta delle forme,composte in un dis-equilibrio controllato, e mediante il ricorso ad una oculata selezione dei materiali di rivestimento il cui ruolo, anche se figurativo, è tutt'altro che decorativo. Forma, altezza e organizzazione complessiva sono, negli intenti degli autori, il risultato dell'ottimizzazione dei requisiti delle destinazioni d'uso nello sforzo di comprenderle in un concetto unitario. Al livello stradale, uno dei punti di partenza del progetto, la permeabilità fisica e percettiva, è assicurata dalla sopraelevazione del corpo principale su possenti pilastri a forcella e da un percorso trasversale passante che diventa, a tutti gli effetti, un luogo urbano che invita all'attraversamento e alla sua esplorazione. Tale passaggio, aperto al pubblico, fa sì che non si stabilisca una vera gerarchia tra il fronte sulla Rennweg e quello opposto, fronteggiante il vecchio mattatoio. I due prospetti, difatti, presentano caratteri differenti che assecondano le condizioni percettive imposte dall'intorno; se sulla Rennweg le lamine orizzontali assecondano la prospettiva dinamica dell'asse di scorrimento automobilistico, sul fronte opposto la maggiore apertura dello spazio prospicente consente di prendere meglio le distanze e di apprezzare la verticalità e l'articolazione spaziale dei differenti volumi.

 

Ciascun prospetto non fa presagire nulla del suo opposto favorendo così la sorpresa e quella tensione del contrasto che, nel caso del complesso St. Marx, chiama in causa anche la proporzione — talora stridente in confronto alla scala architettonica — dei suoi visitatori piranesiani. Ma la tensione dell'architettura per la T-Mobile è soprattutto affidata all'aggetto centrale, baricentrico, il quale, in una spinta dinamica, slitta verso l'alto per effetto di un cuneo che gli si para dinnanzi. La stessa pelle dei corpi di fabbrica, per forma, materia e colore, suggerisce le dinamiche in atto ed il ruolo delle diverse componenti architettoniche. Le lamine metalliche assecondano il movimento, registrando gli scarti e gli improvvisi cambi di direzione impressi da altrettanto repentine variazioni di superfici e volumi; un paramento più compatto ed omogeneo riveste invece le parti statiche, il nocciolo duro che contiene e frena quelle spinte altrimenti inarrestabili. Gùnther Domenig, dunque, neanche a Vienna rinuncia alla provocazione dell'aggetto, un virtuosismo architettonico-strutturale al quale ci ha abituato — anche se l'effetto sorpresa risulta sempre efficace — e che è diventato, a tutti glí effetti, il suo marchio di fabbrica. Basti ricordare quello che si protende nel paesaggio incantato di Heft, nell'innesto operato per riutilizzare le vecchie ferriere (1991-1995), oppure quello, inquietante, usato nella trasformazione dello Stadttheater di Klagenfurt (1996-2000) oppure, ancora, quello aggressivo che sporge — quasi un monito — dalla Kongresshalle di Norimberga (1998-2001). Dal 1998, le realizzazioni firmate da Domenig all'interno della società Architektur Consult ZT sembrano aver acquisito un valore aggiunto in virtù di una maggiore attenzione al dettaglio e alla raffinatezza costruttiva. Così è stato per l'ampliamento dell'ospedale regionale di Graz-Ovest (1997-2002), per lo stabilimento Zultner, nella stessa periferia di Graz (1999-2001) ed ora per il nuovo complesso viennese. Al di là delle finalità e delle potenzialità della società costituita con Eisenkiick e Peyker, il personale laboratorio sperimentale di Domenig rimane comunque la Steinhaus, il suo rifugio sul lago Ossiacher, lo specchio del suo pensiero architettonico e la manifestazione dei suoi più intimi pensieri; un cantiere aperto dal 1986 che speriamo non debba concludersi ancora per molto tempo così da continuare ad attrarre piccoli drappelli di architetti curiosi del work-in-progress, anche se a scapito della privacy del suo artefice (un modo come un altro per rinnovare le scuse e i sentiti ringraziamenti al Maestro da parte di chi scrive).

 
Fabio Quici

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