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Joseph Rykwert e Marc Augé

La comunicazione d’impresa
1 agosto 2004
Il Progetto 22
1 settembre 2004
 

Ovvero un incontro tra architettura e antropologia

 

Che cosa lega uno studioso di architettura di dichiarata fama come Joseph Rykwert all'antropologo, nonché direttore dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Marc Augé? Il confronto-incontro tra i due studiosi prende le mosse dalla lettura di due libra in particolare: L'idea di città. Antropologia della forma urbana nel mondo antico (Torino, 1981) di Rykwert e Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodemità (Milano. 1993) di Augé. Volendo presentare la figura di Augé ritengo sia utile ricordare, proprio al fine di comprendere che cosa effettivamente leghi i due autori in questione, che si tratta, mi sia concesso il termine, di un antropologo traditore, nel senso che nasce come africanista, quindi come etnologo dell'altrove, ma sceglie successivamente di porre la sua lente d'ingrandimento sull'Occidente e di dedicarsi in particolare allo studio delle società postindustriali, divenendo cosi un etnologo del qui, sviluppando quella che è stata definita antropologia vicina. A livello disciplinare tale conversione. o tale scelta di campo, ha sollevato non poche questioni, che appunto egli si industria subito a chiarire e giustificare. Il punto é, scrive Augé, "che l'opposizione del qui e dell'altrove e quindi l'operare una tale grande divisione suona tanto come quegli incontri di calcio organizzati un tempo dall'Inghilterra, quando sfidava il Resto del Mondo; il fatto è che non si tratta di due antropologie in opposizione, ma di due antropologie distinte. Lo studioso inglese fu allievo a Londra di Rudolf Wittkower, professore di Storia dell'arte moderna e partecipe di quell'indirizzo di studi che comunemente si identifica nell'Iconologia. Tale premessa lascia intuire il motivo per cui Rykwert non approccio mai l'architettura come una disciplina rigorosa e chiusa agli stimoli che possono arrivare da altri studi di campo umanistico. Oggigiorno vi è una comune tendenza a una sorta di riabilitazione di quella utopistica non-disciplina che all'inizio del XX secolo fu chiamata Kulturwissenschaft, e cioè la Scienza della cultura. Sempre più spesso si sente parlare. più che di Storia dell'arte, di Storia dell'immagine o addirittura di Antropolgia dell'immagine. Ebbene, é proprio nel quadro di una tale comparazione di ambiti di ricerca, che nel caso di Rykwert si può tranquillamente parlare di un'Antropogia dell'architettura. Scorrendo la biografia di Rykwert, del resto, possiamo osservare che neppure lui, al pari di Augé, nel corso della sua carriera si è mantenuto entro netti confini disciplinari. Tanto per cominciare l'attività progettuale di Rykwert è sempre continuata in parallelo alle ricerche più prettamente teoriche di storia dell'arte e di architettura. Quindi, in uno dei suoi primi lavori. La casa di Adamo in paradiso (Milano, 1972), Rykwert ha definito un ambito di ricerche dai labili confini sia cronologici che disciplinari, tra filologia e mitologia. Muovendosi con disinvoltura in contesti storici diversi, ha sempre tentato di ricostruire il quadro culturale entro cui i fenomeni architettonici si sono sviluppati, sottolineandone le componenti simboliche e ideologiche. Il volume L'idea di città. Antropologia della forma urbana nel mondo antico ha un orizzonte tanto vasto da trattare la fondazione dl Roma come quella di Città del Messico, e considerare autori da Varrone a Freud. Le ricerche di Augé e di Rykwert non solo sono interdisciphnari, sono soprattutto intertemporali e globalizzate. Generalizzando molto si potrebbe concludere di essere di fronte a un architetto con la passione per l'antropologia e a un antropologo con la passione per l'architettura, dove per architettura non si intende la mera costruzione tecnica di edifici, ma la studio dei luoghi dell'uomo. Entrambi possono essere cosi riconosciuti come rappresentanti di quella disciplina che viene esemplarmente definita dal termine tedesco Kulturwlssenschaft. Il titolo del libro di Augé pone immediatamente tre problemi: che cosa si intende per luogo? che cosa si intende per nonluogo? che cosa si intende per surmodemità? Marcel Maus.% e quindi in generale tutta una tradizione etnologica, associa alla nozione sociologica di luogo quella della cultura localizzata nel tempo e nello spazio. Michel de Certeau considera lo spazio come un luogo praticato, il luogo è reso tale da coloro che lo animano attraverso la loro mobilità. Merleu-Ponty distingue uno spazio geometrico da uno spazio antropologico dove quest'ultimo è inteso come spazio esistenziale quindi luogo di un'esperienza e in particolare luogo di relazione con il mondo. Spazi e luoghi possono essere semplicemente evocati, raccontati e qui si impone una distinzione tra fare e vedere. Ad Augé interessa soprattutto il rapporto tra luogo e nonluogo e nella sua teorizzazione tenta di emancipare il concetto di nonluogo da un'accezione essenzialmente negativa, o meglio negativa rispetto al concetto di luogo. "Se un luogo può definirsi identitario, relazionale e storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico definirà un nonluogo". Luogo e nonluogo, come tanti altri oggetti di studio dell'antropologo, non esistono mai sotto forma pura, luogo e nonluogo sono delle polarità sfuggenti. Ma di una cosa si può essere certi, che i nonluoghi rappresentano l'epoca e ne danno una misura quantificabile. Detto brutalmente i nonluoghi sono le stazioni ferroviarie (e le ferrovie e i treni), gli aeroporti (ma anche gli spazi aerei, le vie aeree e gli aeroplani), le autostrade (quindi gli autogrill, le aree di sosta e le autovetture), i supermercati, le grandi catene alberghiere, le strutture per il tempo libero, i grandi centri commerciali, insomma tutti quegli spazi in cui sperimentiamo un paradossale miscuglio di massificazione e isolamento, esperienza tipica della civiltà che Augé definisce appunto surmodema. In La guerra dei sogni. Esercizi di alno-fiction (Milano, 1998), Augé approfondisce il tema del cyberspazio, regno della comunicazione e dimensione virtuale: qui sono le informazioni a viaggiale senza sosta e in enormi quantità. Il nonluogo è per esempio il video, in quanto mezzo di trasporto del sé in una dimensione dove lo spazio e il tempo, il senso della distanza e della durata, si neutralizzano. Il sé viene compresso viaggiando e abitando luoghi immateriali e momentanei. La rete quindi rappresenta un esempio paradigmatico di nonluogo. Altro archetipo del nonluogo, vicino per caratteristiche di proiezione immaginativa e di virtualità, è lo spazio del viaggiatore, ma ora non si fa riferimento a quelle strutture vuote di cui si serve un turista medio, bensì a quel rapporto fittizio che il viaggio costruisce tra sguardo e paesaggio, tra spazio e percezione. Esempio tanto evidente ne sono i depliants turistici che mostrano un anonimo scrutare l'orizzonte su una spiaggia bianca: bene quell'anonimo siamo noi, é la nostra immagine anticipata. Altra caratteristica fondante e intrinseca ai nonluoghi é il ruolo di utente che l'individuo assume all'interno di essi: la relazione dell'individuo con lo spazio del nonluogo passa attraverso testi (per esempio segnali convenzionali, ordini e consigli impersonali) ed é definito in termini contrattuali che prevedono l'obbligo di fornire la propria identità al fine di godere di un temporaneo senso di libertà e di protezione dato dall'anonimato e che richiedono quindi il pagamento di un pedaggio. L'habitat naturale della società surmoderna è la città postindustriale, in cui funzioni peculiari della città e i suoi abitanti vivono un processo di defisicizzazione, o virtuali7zazione. È soprattutto qui che assistiamo, secondo Augé, ad una grande proliferazione di nonluoghi, caratterizzati dal fatto di non fornire identità, di non essere storici e di non essere relazionali. I nonluoghi sono il frutto di tre eccessi tipici dell'età contemporanea: l'eccesso di informazione, di immagini e di individualizzazione. Il tema dell'eccesso è strettamente legato alla teorizzazione del concetto di surmodemità. La surmodernità nella quale viviamo è una modernità caratterizzata da trasformazioni accelerate riguardanti la percezione e l'uso del tempo, l'eccesso di spazio derivante dal restringimento del pianeta l'accentuarsi del valore e della centralità dell'individuo. Questi ultimi tre grandi temi, tempo, spazio, individuo sono strettamente intrecciati e forniscono la base su cui l'antropologia del contemporaneo effettua una determinante svolta rispetto all'antropologia che è possibile definire classica. Per quanto riguarda il tempo la differenza più importante sta nel fatto che l'idea di progresso che implicava che il dopo potesse spiegarsi in funzione del prima è andata decisamente a perdere di efficacia. Se la modernità di cui parla Baudelaire ha costituito luoghi nei quali l'antico e il moderno convivono e ove si costruiscono identità, storie e relazioni, la surmodemità produce i cosiddetti luoghi della memoria, di fatto ponendoli al di fuori del proprio tempo. Ciò è dovuto alla storia che accelera, alla storia che addirittura ci insegue, come scrive Augé, "come la nostra ombra, come la morte". A proposito della frattura tra passato e presente è interessante leggere un significativo passo tratto dal piccolo volume di Joseph Rykwert L'architettura e le altre arti (Milano, 1993): in gran parte dell'architettura antica, le superfici erano incise e modulate da nicchie, rilievi, mondanature, lesene, che avevano spesso lo scopo di stabilire un legame fra l'edificio ed altre epoche storiche o mitiche. Invece l'architettura del ventesimo secolo sembrava orgogliosa di non riferirsi a nulla. Prima conseguenza di questi conflitti, una sorta di delegittimazione. Insieme allo stile l'architettura aveva perso ogni rapporto sociale con la storia di una città o di una nazione: I criteri di giudizio tradizionali non servivano più". Oltre al tema della rottura Rykwert in queste righe accenna a qualcosa di molto vicino alla definizione di nonluoghi quando parla di perdita del rapporto architettura-sociale-storia. Tornando agli eccessi della contemporaneità e pensando al lavoro di uno storico della contemporaneità come si può non valutare il problema della sovrabbondanza di avvenimenti? Augé usa a proposito e per la prima volta il termine surmodemità: "Ciò che é nuovo, non consiste nel fatto che il mondo abbia poco senso, meno senso, o non ne abbia affatto. Il punto è che noi proviamo esplicitamente e intensamente il bisogno quotidiano di dargliene uno: di dare un senso al mondo, non a tale villaggio o a tale lignaggio. Questo bisogno di dare un senso al presente, se non al passato, costituisce il riscatto di questa sovrabbondanza di avvenimenti, corrispondente ad una situazione che potremmo definire surmodernità per rendere conto della sua modalità essenziale: l'eccesso. Una seconda figura dell'eccesso tipico della surmodemità riguarda lo spazio: anche lo spazio è accelerato, abbiamo a disposizione spazi più vasti, nel senso che abbiamo sempre più spazi da percorrere e da coprire. (fino a Marte magan) ma, paradossalmente, ci sentiamo proprio per questo sempre più stretti. "I nostri primi passi nello spazio riducono il nostro spazio ad un punto infimo. di cui le foto prese dal satellite ci dà l'esatta misura".

 

Come per il tempo anche a proposito dello spazio si parla di sovrabbondanza, in particolare di sovrabbondanza spaziale del presente che "si esprime in mutamenti di scala, nella moltiplicazione dei riferimenti immaginifici e immaginari e nelle spettacolari accelerazioni dei mezzi di trasporto". La terza figura dell'eccesso è la figura dell'ego. dell'individuo. Augé pone l'accento sull'individualizzazione dei riferimenti, e cioè sul fatto che l'individuo, per lo meno nel mondo occidentale, si considera un mondo in sé e tale atteggiamento è dovuto alla necessità di conferire un senso alle proprie esperienze, implicate si, come non mai, nella storia collettiva, ma altresì in una storia collettiva che mai è stata così fluttuante. Il concetto di surmodemità è quello che in definitiva giustifica il "tradimento" di Augé, infatti: "Il mondo della surmodemità non si commisura esattamente a quello in cui crediamo di vivere: viviamo, infatti, in un mondo che non abbiamo ancora imparato a osservare". Le difficoltà incontrate dagli storici a proposito degli avvenimenti e dagli etnologi a proposito dei parametri spaziali sono per la ricerca antropologica particolarmente stimolanti: "Mutamenti di scala, mutamenti di parametri: come nel XIX secolo dobbiamo intraprendere lo studio di civiltà e di culture nuove". Augé ha intitolato uno dei suoi libri Un etnologo M metro (Parigi, 1986; Milano, 1992) rendendo palese sin dal titolo che la sua ricerca si sarebbe svolta in ambito cittadino, anzi in ambito metropolitano. La città è il campo d'indagine eletto anche da Joseph Ftykwert: ne analizza la formazione, l'espansione, la configurazione al fine di coprendere quanto e come questo luogo particolare abbia influenzato e continui a determinare i comportamenti degli individui. Rykwert parte dalla considerazione che l'insediamento urbano sia un atto innaturale e quindi artificiale, cioè fatto dall'uomo. Nella prefazione a L'idea di città (Princeton, 1976; Torino, 1981) (l'idea del libro è nata da una discussione con Italo Calvino) Rykwert scrive che la città "è un fatto artificiale sui generis, in cui si mescolano elementi volontari ed elementi casuali, non rigorosamente controllabili. Se proprio la città dev'essere messa in relazione con la fisiologia, più che a ogni altra cosa essa somiglia a un sogno". Cosi Rykwert non limita il suo interesse alla città fisica, alla città sul suolo, anzi ritiene assolutamente vuoto un simile approccio, vuoto e superficiale come la recente urbanistica che invece di ispirarsi alle parole di Nicia quando sulla spiaggia di Siracusa incitava i soldati ateniesi "La città è costituita da voi stessi. dovunque decidiate di stabilirvi... sono gli uomini a fare la città, non le mura e le navi senza gli uomini...», si ispirana a definizioni tipo questa: "La città è un insieme ordinato di isolati e di quartieri disposti con ornata simmetria, di strade e piazze pubbliche che si aprono lungo tracciati rettilinei ecc...". La città invece, e Rykwert insiste tantissimo su questo punto, anzi è proprio la base dei suoi studi, è un mondo simbolico, un mondo simbolico che rispecchia il mondo simbolico degli individui che la abitano. La città è il segno specifico e simbolico dl una determinata civiltà. Rykwert ha paragonato la città a un sogno e la considera un insieme simbolico: sogno e simbolo sono due concetti fondamentali della teoria psicoanalitica di Sigmund Freud. Infatti, nel sesto capitolo intitolato La città come malattia curabile: rituale e isteria, Rykwert cita una conferenza che Freud teme nel 1909 durante la quale paragonò i sintomi dell'isteria ad alcuni aspetti caratteristici di una città. Spiegando la teoria secondo la quale l'isteria di un uomo si possa far derivare da residui e simboli mnestici determinati da traumi e volendo rendere esplicito che cosa siano tali simboli mnestici, Freud porta l'esempio delle opere d'arte e dei monumenti di cui sono adornate te città. Se ne deduce che per Freud il carattere mnestico dei monumenti sia l'equivalente di una condizione patologica, disse: "...tutti gli isterici e i nevrotici non solo ricordano gli episodi dolorosi da lungo tempo trascorsi, ma sono ancora attaccati ad essi con affetto...". Ciò che preme Rykwert é il tema del simbolo mnestico associato alla città, non nell'accezione freudiana di residuo negativo e patologico, bensì come elemento strutturale, conciliativo e integrante; insomma ciò che identifica gli abitanti di una città coi suoi fondatori e col suo passato. D'altronde gli ambiti in cui prima Freud e poi Rykwert si servono del concetto di simbolo mnestico, lo sottolinea l'autore stesso, sono radicalmente differenti: un ambito prettamente medico-scientifico il primo, un contesto culturale-antropologico il secondo. Tornando brevemente ad Augé ricordiamo che il fatto di concepire luoghi della memoria fini a se stessi è uno dei principali fattori della perdita di senso dell'individuo. Tale pensiero è in linea con quello di Rykwert quando sostiene, riferendosi al caso specifico della riorganizzazione urbanistica di Parigi operata da Haussmann, che "una comprensione simbolica della struttura urbana è diventata impossibile: l'abitante della città non si concede più il lusso di meditare sui grandi eventi (e magari sui traumi) del suo passato...". La città è una malattia curabile attraverso il recupero della sua dimensione simbolica, mentre un malato di isteria è curabile modificando la percezione distorta del passato. Per capire la storia e l'essenza di una città non si può ricorrere solo alle ragioni economiche o politiche. La scelta di Rykwerl di occuparsi di città antiche è determinata dalla volontà di ricercare l'idea di città, un'idea che accomuna in principio ogni città, In quanto essa sorge dalla facoltà dell'uomo di concettualizzare per orientazione e ortogonalità, di concepire insomma una forma planimetrica articolata. L'aspetto maggiormente affascinante degli studi condotti da Rykwert è il fatto che essi abbracciano l'uomo nella sua totalità, sia spaziale che temporale: "Evidentemente una concezione che ha radici così profonde e che risale alla più remota antichità non può essere messa in relazione solo col sistema di colonizzazione dei Romani, né può essere assunta come semplice testimonianza di influssi provenienti dall'Europa o dall'Oriente mediterraneo. Essa é troppo radicata nell'esperienza di ogni uomo perché si possa ridurla a un puro fatto di diffusione culturale". Dopo aver elencato in quattro punti la procedura di fondazione di un nucleo. Rykwert attiva alla conclusione che un complesso cosi vitale doveva necessariamente avere radici nella struttura biologica dell'uomo e trovare sostegno nella regolarità dei ricorsi naturali quali l'alternanza del giorno e della notte, le fasi lunari, il ciclo delle stagioni, I mutamenti del cielo notturno. A differenza delle civiltà moderne quelle antiche possedevano una radicata cosmologia e l'universo poteva essere immaginato e rappresentato dalla regolarità e dall'ordine di due assi che intersecano un piano: l'antico romano era in grado di decifrare, in base alle Istituzioni civiche, il significato del cosmo. L'abitante di una città era l'abitante dell'universo. Amplificando il discorso, già di larghissimo respiro, é interessante riportare alcune dichiarazioni tratte da un'intervista che Rykwert rilasciato per La Repubblica in occasione del Festiva] della Letteratura di Mantova nel settembre dell'anno scorso. Interrogato sui recenti sviluppi delle città postmoderne Rykwert sostiene che "una città deve avere elementi che la rendano riconoscibile. Houston, per esempio, che pure é la città dei petrolieri - e si sa quanta importanza abbiano oggi i petrolieri negli Stati Uniti - non diventerà mai una vera metropoli. Perché è cresciuta solo accumulando parti su parti e nessun nuovo innesto riuscirà a far sentire vivo quel tessuto urbano". Alla domanda se un certo tipo di architettura favorisca o meno la criminalità, Rykwert dà una risposta molto simpatica: "L'architettura che consente alle persone di stare per strada e di incontrarsi, di avere tanti luoghi pubblici a disposizione, quella che mette In condizione chi abita di potersi affacciare e di guardare ciò che capita di fronte. è un naturale ostacolo ai fenomeni culturali. Ecco, quella di poter guardare fuori è una condizione ideale perché un quartiere abbia una sua vita, una sua autonomia. Questo tipo dl realtà comunitaria è un antidoto alla violenza". Un'ultima considerazione di Rykwert che riguarda i musei consente di spostare l'attenzione all'arte e in particolare all'arte contemporanea che presenta spesso la tematica della città e dei luoghi che più la caratterizzano: °È sintomatico che oggi gli elementi monumentali di una città non siano più i palazzi delle istituzioni, ma i musei'. Per alcuni artisti la città costituisce il centro di una vera e propria indagine estetica. La sensazione di solitudine e di estraniamento provocata dal senso di anonimato dei nonluoghi, é rappresentata soprattutto attraverso i nuovi media che subiscono cosi un processo di defunzionalizzazione, esso stesso parte integrante del messaggio, o della volontà, dell'artista. Volontà espressa dai videoartisti Masbedo in una conferenza tenutasi a Salamanca con la formula esplicita: °Combattere il nemico con le sue stesse armi°. Il tema della città non è certo nuovo in arte, basti pensare al gruppo dei Futuristi, in particolare a Boccioni e alla sua Città che sale, o ai volumi solitari di Sironi, o ancora ai paesaggi metafisici di De Chirico. Ciò che è rilevante nella produzione artistica contemporanea è il fatto che proprio le nuove tecnologie consentano di trasferire l'osservatore proprio là dove l'uomo non esiste ottenendo cosi un effetto di straniamento e di solitudine doppio. Si costituisce cosi una sorta di nonluogo artistico? A questo Interrogativo si cercherà di rispondere nel prossimo numero della rivista con un articolo che illustrerà nello specifico sia il tenia del nonluogo e delta città surmodema che l'incontro tra antropologia e architettura, cosi come vengono interpretati da numerosi artisti attraverso la caratteristica diversità dei mezzi dell'arte contemporanea.

 
Luca Bradamante

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