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Lavori in corpore vivi

S12
1 ottobre 2014
Towards a neuroscience of Architecture
1 ottobre 2014
 

3 progetti di recupero a Klagenfurt

Progetti di Gianluca Frediani e Barbara Gasser

Uso strumentalmente nel titolo questa dizione medica per sottolineare che, come un chirurgo, quando si tratta di lavorare su tracce preesistenti, ancora viventi per così dire, l’architetto è chiamato ad operare con precisione e fermezza. Costruire nel costruito è per noi, del resto, una condizione ormai ineludibile, al punto tale che l’intervento di modificazione del preesistente si configura oggi non tanto come una scelta personale di campo quanto piuttosto come una necessità. Costruiamo sulle tracce (e spesso sulle macerie) di chi ci ha preceduto. La rovina, in senso lato, fa parte integrante di questa nostra contraddittoria contemporaneità che brilla eretta e scintillante, ma poggia i piedi su un intreccio inestricabile di resti, segni, avanzi e frammenti. Non c’è nulla di pittoresco o di romantico in tutto questo; ciò che ci dovrebbe piuttosto impressionare è la potente espressività nascosta in questo accumulo disordinato, in questa profonda densità corporea. Una condizione spontanea e diffusa di stratificazione (storica, materiale, culturale) che ci impone una riflessione di metodo proprio perché, rispetto agli insegnamenti canonici ricevuti nelle nostre scuole di architettura (qui c’è il progetto del nuovo che segue certe regole, di là invece il recupero del vecchio che ne segue altre) la realtà si è sviluppata con velocità e dimensioni tali da rendere la tradizionale dicotomia vecchio-nuovo non solo difficile da identificare, ma addirittura priva di significato logico. Nel nostro mestiere, ci troviamo quotidianamente di fronte a paesaggi ibridi, contaminati, variabili, dove tutto è nuovo ma tutto è paradossalmente, anche molto, molto vecchio. Come reagire allora? Questi paesaggi oscillano sistematicamente fra naturale ed artificiale, uso ed abbandono… lasciandoci ben pochi punti di orientamento. In queste geografie instabili, gli elementi che emergono dal contesto (piccolo, ampio, esteso) sono elementi che ci sospingono inevitabilmente verso un nuovo modo di guardare le cose fondato su una allargata inclusività, sulla disponibilità a misurare, lungo la stessa scala di valori, resti, frammenti e tracce, elementi di pregio e manufatti casuali.

 

Rispetto alla accurata opera di archeologia urbana effettuata negli anni ‘90, che spesso sconfinava in una forma di impaurita soggezione rispetto alla storia dei luoghi e degli edifici, direi che oggi ci troviamo immersi in una sensibilità ben diversa che ci permette di accomunare più liberamente cose e pensieri, di individuare elementi e segni ben al di là della loro semplice sovrapposizione storica. Se dovessi riassumere questo mutamento in poche parole, direi che il problema probabilmente non è più tanto quello di leggere e distinguere, quanto quello di scegliere ed interpretare e, forse, anche quello di cancellare. Sempre più distante, infatti, da fragili teorie tipo-morfologiche, il lavoro sull’esistente si concentra sul problema di liberare, integrare, trasformare, rivitalizzare i segni affioranti dai nostri, tormentati, paesaggi contemporanei. E questo vale sia per l’antico come per il nuovo. Una innaturale, ma ostinata volontà conservatrice impedisce oggi, in molti casi, la trasformazione delle nostre città, insinuando con abilità la convinzione che tutto quello che è contemporaneo non sia della stessa qualità di quello che lo ha preceduto. Questa sfiducia verso il nuovo è una sfiducia verso il futuro. Abbiamo città imbalsamate ed edifici mummificati. Sotto la apparente neutralità di un trattamento standard di recupero, che annulla in partenza ogni nuovo stimolo di trasformazione, gli edifici vengono sventrati e ricuciti perché alla fine possano riapparire simili a come erano prima (ma in realtà rifatti come non sono mai stati), per soddisfare radicate nostalgie e coprire la mancanza di visioni. La nostalgia è tuttavia la peggiore nemica della memoria. Il lavoro fra le tracce (nobili, povere, antiche o solo fresche di vernice) è un estenuante lavoro di separazione, scelta, eliminazione, aggiunta, concentrazione. La modernità –e la storia- non ha senso al di fuori di questa continuità di segni e di esperienze. Ed è per questo che l’inquietudine dei nostri paesaggi contemporanei è fatta sì di incertezze, errori e bruttezze, ma certo anche di tentativi e di speranze. Rimodellare edifici, tracciare nuove prospettive si rivela sempre, alla fine, una opera di liberazione dello spazio, di trasfigurazione, realizzata attraverso la costruzione almeno quanto la distruzione… per poter estrarre qualcosa, per aprire nuovi sguardi, per svelare panorami imprevisti ed inattesi. Non possiamo, semplicemente, accettare sempre tutto. E cancellare è, talvolta, il modo migliore per ricordare ciò che davvero conta.

 
 

Direzione VolksBank



Lo storico edificio delle poste centrali, che domina la piazza del mercato, è un esempio di stratificazione architettonica decisamente interessante: dall’originario nucleo del tardo ‘600, sorto come residenza suburbana della potente famiglia dei Khevenhüller, si arriva ai radicali ampliamenti otto-novecenteschi, consolidati nel 1930 dal progetto di Leopold Hoheisel che ne ha sopraelevato la struttura e ridisegnato le facciate con uno schietto linguaggio modernista. Si susseguono poi le distruzioni belliche e gli infelici interventi di ricostruzione degli anni ’50. Tutelato dalla soprintendenza soprattutto per le sue facciate, l’edificio si presentava quindi come un complicato insieme di frammenti, strutture, livelli e materiali diversi. La sua trasformazione come direzione della locale VOLKSBANK ha dovuto affrontare molte difficoltà, legate alla presenza simultanea di usi differenti, al difficile orientamento degli spazi, alle numerose debolezze strutturali. Ma il problema principale è stato soprattutto quello di ricostruire una possibile identità per un complesso che aveva ormai smarrito qualunque forma perché ne conteneva troppe, anche se ben celate sotto l’apparenza serena di una facciata omogenea. Abbiamo quindi cercato di risolvere i problemi e le contraddizioni, accumulatesi nel tempo, liberando da un lato la bella struttura in calcestruzzo di Hoheisel e, dall’altro, lasciando emergere come frammento isolato l’avanzo delle coperture voltate delle epoche precedenti. Questo lacerto di passato si confronta con le nuove strutture in acciaio senza alcuna forma di riverenza, sullo stesso piano. Materiali semplici sottolineano l’articolazione degli spazi accompagnando il percorso con alcune note di colore (un verde acido).

 

Un semplice intonaco bianco ricopre uniformemente ogni superficie, rendendo omogenea la successione delle volte e dei solai dello storico edificio con le aggiunte (e le sottrazioni) che abbiamo eseguito. L’ingresso principale si apre sulla centralissima Pernhartgasse, accompagnato da un' alta pensilina in metallo e da un cubo vetrato che immette direttamente nella zona clienti del piano terra. Qui, le ampie coperture voltate si gonfiano alla luce di alcuni tubi fluorescenti che galleggiano nel vuoto. Durante il cantiere, l’improvvisa scoperta di un corridoio voltato a botte ha causato alcune modiche improvvise nel posizionamento della scala interna. Questa scala, in struttura di acciaio, si inserisce in un profondo svuotamento effettuato nella parte più interna del complesso, verso il cortile, per lasciare un filo d’aria fra il più, e il meno, vecchio. Lo spazio a tutta altezza squarcia la scatola muraria per farne percepire l’altezza, per dilatare lo spazio e far leggere chiaramente la successione delle varie strutture sino all’ultima sopraelevazione effettuata nel dopoguerra. Lo svuotamento si riflette in un profondo taglio sulla facciata interna, che lascia filtrare la luce con una certa violenza all’interno delle sale. Le pareti divisorie degli uffici sono staccate leggermente dal guscio murario da una lastra di vetro e si flettono, come paraventi, verso lo spazio centrale per aumentare la profondità dello spazio, finalmente leggibile in tutta la sua lunghezza. Nuovi segni si sovrappongono e si mescolano a quelli antichi. Superfici lineari e contrasti quasi in chiaro-scuro. Tutti gli impianti sono alloggiati in trincee orizzontali, sotto i pavimenti. L’androne in disuso del piano terra è stato trasformato, infine, in sala espositiva per le collezioni d’arte della banca, direttamente visibili dalla strada.

 
 

UniqaHaus



Tre, forse quattro, abitazioni tardo-medioevali addossate alla prima murazione difensiva della città, si sono coagulate lentamente nel tempo in un unico complesso edilizio. Le mura sono scomparse abbastanza rapidamente dallo scenario urbano, ma reggono ancora in profondità quella parte delle fondazioni che ad esse si appoggiano. Quello che era il retro delle case è oggi, curiosamente, la facciata principale dell’edificio che chiude a nord l’Heuplatz e la importante prospettiva della St. Veiter Straße. Il settore centrale si è riorganizzato, nel tardo ‘500, attorno ad una corte con arcate e tozze colonne in pietra. Ai primi del ‘900 si aggiunge un intervento di sopraelevazione “alla francese”, con un tetto mansardato, decorazioni borghesi ed una frivola facciata Jugendstil, danneggiata durante la guerra. I rifacimenti degli anni ’70 distruggono molto, quasi tutto, e chiudono persino la corte per ricavarne superficie utile. L’edificio, sede di una importante società assicurativa, nonostante diversi interventi di ristrutturazione aveva smarrito del tutto la sua logica architettonica e qualsiasi rapporto con la città. Il progetto ha quindi puntato su due obiettivi principali: riaprire la corte, riscoprendone le colonne murate, e trasformare lo spazio del piano terra in una galleria urbana. Per ottenere questi risultati, è stato necessario ricavare ampie superfici di uso nei livelli superiori attraverso estese demolizioni delle parti non rilevanti. L’intero edificio è stato scavato, svuotato; tutte le pareti divisorie eliminate; la corte riaperta; le colonne superstiti riportate alla luce. Una pelle vetrata ha richiuso e suddiviso i nuovi spazi, lasciando emergere anche delle belle viste sul paesaggio dei tetti della città storica. La soluzione più interessante, da un punto di vista tecnico, è stata quella adottata per la distribuzione degli impianti e delle reti. Impossibile farli circolare a pavimento, sono stati agganciati ai solai e protetti da un controsoffitto leggero, appena staccato dai muri.

 

Profonde incisioni nel controsoffitto si sviluppano longitudinalmente in ogni spazio, garantendo la diretta accessibilità agli impianti lungo la traccia. Da questa linea continua di alimentazione, grazie a delle colonne mobili in alluminio, è stato possibile portare le reti e le connessioni in ogni angolo delle sale, permettendo così un uso flessibile ed intensivo degli irregolari spazi storici. Gli impianti, dipinti di nero, scompaiono alla vista. Restano però le tracce scure che disegnano delle linee-guida che segnano il percorso all’interno dell’edificio attraversandone tutti gli spazi principali. La corte, completamente risanata, si offre come nucleo centrale di distribuzione. Le vetrate, leggermente arretrate rispetto alle arcate, lasciano in evidenza le murature superstiti. La corte ha un deciso sviluppo verticale, indirizzato sulla vista del campanile barocco della vicina Stadtpfarrkirche. Tutti i movimenti, i passaggi, i contatti, si incrociano in questo spazio vetrato. Il suo volume costituisce una preziosa zona di mitigazione termica; le sue pareti accolgono mostre d’arte contemporanea. La parte più interessante è forse quella del piano terra, perché intercetta e si aggancia alla rete delle connessioni urbane: qui la corte è racchiusa da una parte vetrata incurvata che si stacca dalle pareti per spezzare la eccessiva verticalità dello spazio centrale e, con questo movimento, accompagna il passaggio coperto che si snoda dall’Heuplatz alla Wienergasse. Si affacciano su questa galleria urbana, uffici e negozi, un caffè con dei tavolini. Entrando dalla piazza si attraversa una serrata successione di spazi che si articolano ambiguamente fra aperto-chiuso, dentro-fuori, città-edificio e che culminano nella verticalità dello spazio vetrato della corte che risucchia gli sguardi verso l’alto. Sulla parete incurvata, le riflessioni delle prospettive e delle visuali provocano un suggestivo gioco di frantumazioni e moltiplicazioni delle immagini, con luci ed ombre che tracciano prospettive impossibili ed inaspettate.

 
 

Uffici municipali di Klagenfurt



Un edificio degli anni ’70, costruito proprio a ridosso del Duomo per richiudere i vuoti causati dai bombardamenti. Un corpo basso, a tre livelli, ed una struttura a torre che sovrasta il campanile barocco e le coperture della chiesa. Un’architettura funzionalista, una facciata seriale, uno scheletro anonimo in calcestruzzo. Qualche intervento di risanamento negli anni ’90, con l’applicazione di un rivestimento in rete metallica. Scarsi isolamenti termici, infissi ed arredamenti antiquati, impianti vetusti, nessuna qualità spaziale. Un vuoto, insomma, tutto da inventare. La città di Klagenfurt, che già occupava con i suoi uffici tecnici la torre, ha acquistato di recente l’intero secondo piano per farne un nuovo centro-servizi aperto al pubblico; primo passo verso la riqualificazione completa del complesso. La bassa qualità materiale dell’edificio ci ha reso la vita difficile: spessori ridotti al minimo, poco spazio per gli impianti e le reti, poca luce naturale. Abbiamo sventrato l’intero spazio, scarnificando lo scheletro fino al nucleo resistente, per poi ricostruire daccapo. Da un punto di vista termico gli spazi hanno raggiunto la qualità di un’architettura passiva a basso consumo energetico: nuove finestre in legno, impianti radianti inseriti nei controsoffitti, tele-riscaldamento. Ma soprattutto, abbiamo aperto una ventilazione trasversale e un patio per prendere, direttamente dall’esterno, luce ed aria. Il patio permette di trapassare lo spessore dell’edificio da parte a parte. In questo punto la sequenza di spazio interno-esterno-interno si somma alla interessante prospettiva sul Duomo e sulle Caravanche. Energia non è solo l’impianto termico: la luce è energia, gli spazi producono energia. Abbiamo concentrato gli uffici lungo le facciate e sistemato nella parte più interna i servizi generali accorpandoli in cinque blocchi separati e colorati (cinque gradazioni di verde). Tutto il resto è bianco-nero-grigio. I blocchi sono leggermente sguinciati, gli uffici si adeguano invece alla geometria rigida dell’edificio. Due sistemi in contrasto, forme e colori in contrapposizione. La distribuzione si muove fra questi elementi lasciando fluire liberamente lo spazio.

 

Le pareti degli uffici si sfaldano in elementi bidimensionali, in superfici quasi astratte, grazie all’inserimento di lame di vetro che dissolvono gli angoli e separano le pareti dalle murature di perimetro. Grazie a questi distacchi si aprono nuovi scorci che consentono una maggiore profondità visiva. Il pubblico arriva da uno dei blocchi e si muove nel piano circolando attraverso questa sorta di arcipelago, fatto di isole colorate che servono come punti di riferimento per orientare il percorso. Alcune interruzioni nella continuità degli uffici garantiscono affacci sull’esterno. Lo spazio è terribilmente compresso (appena 3 metri liberi per oltre 100 di sviluppo in lunghezza) e per questo motivo abbiamo dovuto studiare degli accorgimenti per dilatare le percezioni e combattere la micidiale monotonia da “effetto parcheggio”. In orizzontale, abbiamo aperto profonde prospettive che attraversano l’intero corpo di fabbrica, sia trasversalmente che longitudinalmente. Le differenze cromatiche, i leggeri slittamenti delle pareti, le rotazioni dei blocchi, agiscono tutti come elementi di disturbo per vincere la pesantezza della dimensione lunga. In altezza, invece, abbiamo “allontanato” il soffitto: gli impianti sono tutti, a vista, ancora una volta dipinti di nero per lasciare svanire il solaio e dilatare la dimensione degli spazi. L’effetto di dissoluzione è rafforzato dall’uso sporadico, irregolare, di alcuni pannelli di controsoffitto che contengono assorbitori acustici ed altri impianti. Queste vele si muovono infatti liberamente e contribuiscono a rompere la rigidezza dello spazio. Appena al di sotto, i corpi illuminanti sono concentrati in lunghe file di tubi fluorescenti che si snodano e si inseguono lungo tutte le direzioni di circolazione aperte al pubblico, tracciando per aria una serie di linee spezzate, di segmenti luminescenti, che si insinuano e si muovono come per realizzare un proprio, misterioso tracciato. È un altro livello ancora, un altro piano di percezione che contribuisce a smaterializzare il peso del soffitto, rendendolo permeabile, stratificato ma, soprattutto, leggero, leggerissimo… quasi intangibile.

 
Gianluca Frediani

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