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Mumbai Studio

Casa per la crisi
1 aprile 2011
Gangoly & Kristiner, two projects
1 aprile 2011
 
"Penso sia responsabilità dei progettisti pensare al contesto allargato, e all’impatto che i loro progetti possono avere sull’ambiente. E un grande esempio di ciò può essere ricondotto al modo in cui utilizzano i materiali locali, pensano al trasporto degli stessi… e concretamente li utilizzano senza togliere, ma aggiungendo esperienza essendo consapevoli di un contesto più ampio"
Paul Priestman

Ho conosciuto il lavoro di Bijoy Jain agli Oris Days of Architecture a Zagabria, nell’ottobre 2010. Già pubblicato su Domus, Lotus e altre importanti riviste, il suo lavoro mi era passato quasi inosservato. Bijoy Jain è un grande architetto. Un architetto artigiano, artefice di una sorta di “slow architecture” cozzante con l’impersonale e anonimo modo di progettare architettura tipico del contemporaneo, del contemporaneo asiatico emergente in particolare. Nessun fuoco d’artificio. Nessun record nel progettare città da centomila abitanti in due settimane. Un’unica grande attenzione, quella per l’architettura. Per un’architettura a tutto tondo, coerente, sostenibile, colta, appropriata, ben concepita e ben costruita, finalizzata all’utilizzo dei fruitori. Indiano e internazionale, Bijoy Jain (formatosi negli Stati Uniti) è un architetto interprete principe della sostenibilità e dell’appropriatezza. Ogni progetto qui presentato affronta la questione dell’abitare calandola nella realtà dei luoghi, dell’India, interpretandone la cultura, le necessità, i modi del costruire, del mantenere, della coerenza. Tecniche artigianali, magisteri tradizionali, materiali locali, sfruttamento delle risorse del contesto, organicismo, reinterpretazione del moderno, gli ingredienti di un’architettura semplice e insieme sofisticatissima. Tutto è sapientemente calibrato, elegante, raffinato. Ogni progetto, ogni sua parte, pare sempre la soluzione ottimale. Pare appartenere al luogo, si mimetizza, ne prende lo spirito. Così nella TARA HOUSE, Kashid, Maharashtra, India del 2005, una casa per una famiglia patriarcale, che si sviluppa in un giardino tropicale. Sotto il giardino, una stanza segreta si riempie con l’acqua da una falda acquifera sotterranea, che fornisce acqua per la casa e il giardino tutto l’anno. Straordinario lo spazio e perfetto l’utilizzo che ne viene fatto. Analoghe considerazioni riguardano la BELAVALI HOUSE, Belavali, Maharashtra, India, 2008, dove una singola copertura attraversa una serie di alberi di mango. Il piano terra si adegua all’orografia del contesto caratterizzato da risaie a terrazze, che conducono ad un ampio terrazzo, una piscina, e alla vista sulle montagne. Principi che ispirano anche il progetto Leiti 360, a Leiti, Uttaranchal, India, del 2007. Ubicato a 2350 m (7.700 piedi) sul livello del mare, il Leti 360 resort è arroccato su un promontorio alle pendici dell’Himalaya indiano. Il sito è distante 9 km (una passeggiata di due ore) dalla strada carrabile più vicina e vi si accede da uno stretto sentiero scavato nella montagna, facente parte di una rete di sentieri utilizzati dagli abitanti dei villaggi locali per i viaggi giornalieri e i trasporti. Il percorso culmina nella sala centrale della struttura costruita su un altopiano, intorno al quale quattro abitazioni sono disposte sui terrazzamenti agricoli. Il ghiacciaio dell’Hiramony e la vetta del Nanda Kot (6.861 m / 22.510 piedi) sono visibili a nord, le vette del Nepal orientale all’orizzonte e, a sud, il fiume Ram Ganga fiume scava la sua strada attraverso ripide valli terrazzate e passi di montagna. Il disegno della stazione è stato influenzato dai vincoli inerenti la costruzione nello specifico contesto, dalle preoccupazioni sul possibile impatto ambientale, e dalla sensibilità culturale, dall’osservazione attenta dei materiali locali, del clima e del paesaggio. L’architettura è senza tempo e contemporanea. Gli edifici sono costruiti prevalentemente in pietra a secco, come nella tradizione della zona. Pareti vetrate incorniciate in legno di teak sono state introdotte per far entrare la luce naturale e creare un collegamento visivo con il paesaggio circostante. La pietra è stata estratta in sito e trasportata da facchini e muli, tutti i materiali da costruzione, compreso il legno teak, vetro, alluminio, rame e tela – insieme ai mobili realizzati su misura - sono arrivati sul posto nella stessa maniera. Il progetto è stato costruito in un arco temporale di sette mesi con l’aiuto di più di 70 muratori del villaggio, falegnami e artigiani. A causa della posizione isolata, il sito è privo di energia elettrica; l’accumulo di energia solare è utilizzato per fornire acqua calda e per caricare lanterne solari che danno la luce ai singoli alloggi. In questo contesto, il progetto offre un momento di umiltà e di pausa, permettendo agli ospiti di provare un senso di appartenenza alla terra. Il progetto è stato concepito come soluzione temporanea progettata per essere smontata in dieci anni, lasciando un impatto minimo sull’ambiente naturale. Già, solo dopo un anno dal completamento del progetto, il paesaggio ha cominciato a reclamare il proprio sito. L’agricoltura locale continua sulle terrazze tra le abitazioni, e le mandrie migranti di ovini, caprini e bovini foraggio sul paesaggio erboso. Licheni, muschi e felci hanno messo radici nei muri in pietra delle strutture, la linea tra paesaggio costruito e preesistenza comincia a sciogliersi. Straordinario per il rapporto con il contesto anche il progetto per la casa sulla ON PALI HILL, a Bandra, Maharashtra, India, del 2009. La Casa sulla collina di Pali è una casa unifamiliare in un quartiere residenziale di Mumbai. Il lotto è lungo e stretto e circondato da fitta vegetazione. La casa è a pianta rettangolare (misura 40’x 80’), l’ingresso confina con una strada trafficata, mentre la parte postica si apre su un terrazzo ligneo di ampie dimensioni con vista su un giardino pubblico. Il progetto definisce chiaramente il concetto di trasparenza che sta alla base dell’idea: la completa trasparenza dall’ingresso al giardino postico. Alla quota di ingresso, un ambiente vetrato disimpegna una sala da pranzo, la cucina, uno spazio a doppia altezza, e le terrazze, il suo rivestimento trasparente enfatizza visivamente la sua impostazione su tutti i lati. Il piano inferiore parzialmente nascosto nel pendio della collina, contiene una sala di proiezione, impianti e servizi, gli alloggi del personale, la lavanderia e l’ambiente di servizio dedicato. Il parcheggio è previsto sotto un ponte di legno. Una scala sospesa porta alla stanza dei figli al piano superiore, alla camera per gli ospiti, e a quella padronale. Una scala in legno che conduce al secondo piano è collocata in un volume che introduce la luce nella stanza padronale. Un corridoio coperto collega uno studio alla camera da letto matrimoniale; grandi aperture scorrevoli sulla copertura contengono la raccolta dell’acqua piovana nella corte interna. Attraverso questo spazio si accede alla terrazza, ricca di piante tropicali, viti e alberi, da cui la casa offre viste panoramiche sul Mar Arabico. Le pareti in cemento sono intonacate a calce, tavole in legno di teak e pietra calcarea sono stati utilizzati per i pavimenti, le scale sono in legno con corrimano in ottone. Alberi, schermi di legno, tralicci, vetro e tende avvolgono l’edificio, offrendo privacy e rifugio dall’ambiente urbano della città di Mumbai. Atmosfere che appartengono anche alla PAL MYRA HOUSE. a Nandgaon, Maharashtra, India, del 2007. L’aria e la luce filtrano attraverso box legnei adagiati su plinti di pietra all’interno di una piantagione di cocco situata al di fuori della città di Mumbai. Cielo, mare e paesaggio si sovrappongono nei diversi punti di vista tra e attraverso gli spazi della casa. Una rete di acquedotti in pietra, abitato da muschi, licheni e felci irrigano la piantagione, attingendo l’acqua da pozzi artesiani, come è stata la prassi per generazioni. E caratterizzano, “last but not least”, la UTSAV HOUSE: su un altopiano arido, quattro pareti di basalto nero infisse nel terreno racchiudono un cortile ombreggiato, all’interno del quale piscine, padiglioni e giardini costituiscono lo spazio vitale.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Maurizio Bradaschia

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