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Odile Decq & Benoit Cornette

Rogelio Salmona
1 agosto 2004
La comunicazione d’impresa
1 agosto 2004
 

Sei progetti

Odile Decq e Benoit Cornette rappresentano, nello scenario vasto, complesso e contraddittorio della contemporaneità, un momento di forte eclettismo, di ricerca e sperimentazione -contaminate" e "ibridate" - nell'accezione più completa -, e ciò, forse, più di qualunque altro studio nel panorama internazionale. La mancanza di Maestri riconosciuti, ed un'appartenenza alla prima vera "generazione senza maestri", spiega la molteplicità di possibili riferimenti cui il loro lavoro può essere ricondotto. Se è esplicito un apparente non-legame con la tradizione francese come per la gran parte degli architetti nati negli anni '50 (da Zaha Hadid a Ben vari Bertcel....), risulta immediatamente evidente il legame culturale con il panorama internazionale formatosi attorno all'Architectural Association di Londra. Si tratta di una variegata. mobile generazione non classificabile in un orientamento linguistico, ma proprio perché mobile e trasversale, caratterizzata da una sofisticata ecletticità sperimentale. Una ecletticità certamente non soggetta a formaliste'. Ma c'è, in fondo, molto di più: l'eterodossia e la molteplicità dei riferimenti culturali superano la sofisticazione: sono esplicitamente utilizzati, caso per caso, come strumenti, in una visione del progetto che ha come fondamento la costruzione di spazi da vivere, all'interno come all'esterno, spazi per le persone, per la gente, conformati sul tema progettuale, senza ipocrisie. Sono le nozioni di processo e di movimento, più volte richiamate dalla critica nel descrivere il lavoro dei due architetti, che subentrano e si sovrappongono in un atteggiamento enti manierista. in un'architettura mai classificabile perché aperta, libera, ibridata, contaminata, figlia del costruttivismo e insieme del decostruttivismo, interprete di nuove spazialità. leggera e insieme pesante, appropriata nei contenuti prettamente architettonici e insieme ricerca e sperimentazione artistica. Odile Decq e Benoit Cornette iniziano la loro attività professionale in un particolare e fortunato momento, nel quale, in Francia, si inizia a sperimentare lo strumento del Concorso che offre, ai migliori giovani talenti, nuove e inaspettate opportunità di lavoro. Mentre l'Italia passa, dopo gli anni straordinari degli scritti di Rossi e Tafuri da punto di riferimento internazionale, a un anonimato culturale pressoché totale, la Francia, soprattutto dopo la Legge sull'Architettura del 1977, diviene il luogo del dibattito architettonico per eccellenza. Non sono solo i giovani progettisti francesi a beneficiarne. Anche Renzo Piano e più tardi Massimiliano Fuksas, fondano parte della loro fortuna professionale sulle opportunità offerte dal Paese transalpino. Sono gli anni in cui Jean Nouvel (è il 1982) vince il concorso per l'Institute du Monde Arabe, e Parigi si propone capitale mondiale dell'architettura aprendo il ciclo dei grands travaux. Sono gli anni della svolta, segnati, come ha ricordato Alessandro De Magistris, ed è proprio quest'opera di Nouvel a scardinare la severa scena francese dominata sino a quel momento da Paul Chemetov, Henri Ciriani e Christian de Portzamparc. In questo panorama i due giovani architetti, allora poco più che trentenni, irrompono sulla scena internazionale grazie ad un complesso di edifici realizzati nella periferia di Rennes, per la Sangue Populaire de l'Ovest et d'Armorigue, opera che attira immediatamente l'attenzione della critica e della più accreditata stampa specializzata. È però a partire dagli anni '90 che Odile Decq e Benoit Cornette si affermano indiscutibilmente tra i migliori autori del panorama contemporaneo francese e internazionale vincendo, tra le altre cose, il Leone d'Oro alla Biennale veneziana del 1996 e realizzando la fantastica installazione veneziana della Biennale di Fuksas: tre cubi neri incastrati, fuori asse, "tre buchi neri dove lo spazio fuggiva, scappava ed i suoi limiti si allontanavano dal visitatore e lo rimandavano ogni volta in un luogo diverso.... L'aspirazione alla liberazione dalla materia, la liberazione dalla materia, la dematerializzazione, l'immaterialità, la massima densità, l'imponderabilità/ponderabilità, un'astrazione fattile" - come ricorda la critica. Dalla tragica scomparsa di Benoit Cornette (1998), Odile Decq continua, dal suo studio parigino, a produrre stimolanti sperimentazioni per una committenza internazionale divenuta nel tempo vasta e articolata, dominando scale progettuali e contesti. Le sue sono Architetture concepite come "paesaggi artificiali", dove le metafore del movimento e dei flussi si intersecano con le nozioni rielaborate di spazio e tempo. Cosi è, ad esempio, per ff Ponte autostradale e centro di controllo di Nanterre (1993-96), o per il Centro nazionale per la pianificazione delle strutture delle aziende agricole (1994), un progetto basato sulla dissoria7ionefassociazione degli spazi che fanno "funzionare" il progetto sia sul piano orizzontale che su quello verticale, un progetto improntato a grande flessibilità caratterizzato da una forte immagine architettonica; e cosi è pure per il Padiglione lmages progettato per l'Expo 2004 di Seine-SaiM-Denis. Progetti caratterizzati da una sorta di equilibrio dinamico, dal superamento dei limiti, dal "trattamento quasi ludico della conoscenza ingegneristica", dalla trasgressione come regola, e forse anche dall'ironia e dal voluto paradosso. Sensualità e anticonformismo sono la ricetta di un'architettura che, più di altre nel contemporaneo, segna il trascorrere del tempo e del gusto, attinge anche alle mode (certo non In maniera superficiale). Sono i modi e gli approcci, più delle forme, a raccontarci le architetture di Decq e Cornette, architetture che interpretano magistralmente momenti e situazioni, proponendo paesaggi dove è difficile trovare un filo comune nella forma, e dove invece è evidente un approccio metodologico congruente con la logica evoluzione di un pensiero. Nell'architettura di Decq e Cornette ritroviamo avanguardie e contaminazioni. architetture radicali, approcci radicali, sfide. Eretica, luminosa, in movimento, dinamica, veloce, instabile, indomabile, fuorviante, a volte visionaria, inquietante e fascinosa. sensuale e seducente, questa è l'architettura di Odile Decq e Generi Cornette.

 

FGlyng Horse House

Il sito della FGlyng Horse House si trova all'interno di un bosco ed è formato da una scarpata che scivola dolcemente verso un lago. Sulla scarpata si trovano cinque massi che vanno a formare cinque camere della casa: ognuna delle quali unica di per sé, particolare, che permette ai suoi abitanti di vivere diversamente l'esperienza e la percezione dello spazio. Dalla strada. sulla sommità della collina, non è completamente visibile e la composizione è definita da un forte segno a terra che corre verso il ruscello passando sotto uno dei cinque massi e raggiunge su quel lato l'ingresso di una delle stanze. "La casa è composta da una serie di oggetti che chiamiamo massi che sono inseriti nel terreno o emergono tra gli alberi o nel bosco e definiscono la composizione dei volumi, riflettendo cosi l'immagine del volo dei cavalli dando il suo nome alla casa. Questa casa non è un luogo per una condizione permanente del stare ma, al contrario, per una condizione temporanea. L'area comune è sviluppata per essere occupata come un luogo dove incontrarsi e pranzare, per questa ragione il tavolo lungo dalla cucina al soggiorno diventa il fulcro, l'elemento centrale della vita familiare. La zona notte non è divisa rigidamente, ma è organizzata in modo tale che lo spazio senza grandi partizioni o delimitazioni ne definisca le funzioni, così, lo spazio diventa flessibile e prende plasticità. Solo il mobilio caratterizza per un momento una delle funzioni."

 

La scelta dei progettisti
è stata quella di mantenere il più possibile inalterate le strutture principali esistenti, nel rispetto delle caratteristiche originarie e limitando onerose e superflue operazioni di rinforzo strutturale o di sostituzione dei materiali esistenti; contestualmente, in facciata, si è deciso per un risanamento conservativo degli elementi preesistenti, in relazione anche alle limitate risorse economiche a disposizione. Dovendo necessariamente individuare nuovi spazi per la scuola di musica, che per dimensione e caratteristiche non poteva essere collocata all’interno dei locali esistenti, la soluzione architettonica individuata è stata quella di prevedere nel cortile interno, affacciato sul pendio naturale, l’introduzione di un nuovo volume quadrato di 12,40 metri di lato, distribuito su due piani fuori terra: al piano terra una sala polifunzionale da 100 posti a sedere, interamente vetrata e caratterizzata dal controsoffitto modulato, al primo piano cinque nuove aule dedicate all’insegnamento individuale. Il nuovo corpo, caratterizzato da una struttura in carpenteria metallica, è rivestito da pannelli multistrato in legno quasi ad evocare una “cassa armonica”, e mantenuto staccato di circa due metri dall’edificio esistente, consentendo l’inserimento di un disimpegno di distribuzione perimetrale vetrato capace di accompagnare la transizione tra l’antico e il nuovo. Un volume vetrato alto circa sette metri costituito da un ballatoio aereo che al primo piano collega i due corpi e mette in relazione scala principale e ascensore. L’impianto distributivo così definito permette anche di aprire un passaggio pubblico che lambisce la sala multifunzionale collegamendo il portico di piazza Giovanni XXIII allo sbocco su via Porro. Soluzioni progettuali capaci di evidenziare, per contrasto, il nuovo ampliamento rispetto all’edificio ottocentesco contraddistinto da un linguaggio architettonico regolare ed equilibrato. Un accostamento tra linguaggi differenti risolto attraverso l’utilizzo di materiali trasparenti, leggeri, contemporanei, per uno spazio distributivo e di filtro in grado di cucire e connettere i nuovi locali realizzati. Un’operazione di recupero e di valorizzazione in grado di restituire memoria, “anima” al piccolo paese di Induno Olona.La torre cielo Quando si entra nella torre il volume è visto nella sua intera altezza. La luce scende dal lucernaio di vetro e lo spazio è aperto solo verso il cielo. Dentro la stanza nulla può essere visto eccetto una passerella che attraversa lo spazio lungo un muro verso uno stretto verticale aperto alla sua estremità. Una scala sale a mezza altezza sullo stesso muro. Sul muro opposto porte di una cabina armadio sono spiegate su tutta la sua superficie. Dentro l'armadio tutte le funzioni della stanza sono nascoste: scala camera da letto, bagno e toilette. Per svelare queste funzioni e poter raggiungerle c'è un comando, che permette gli abitanti di poter distendere superfici dall'armadio che diventano solai e passerelle. Una passerella serve a raggiungere la scala interna. una per raggiungere la stanza da letto quando questa è aperta, una per raggiungere la vasca da bagno e alla fine una scala interna all'armadio per raggiungere il piano vetrato della copertura e la terrazza sopra la torre.

La "S" suite
L'accesso alla terrazza avviene dalla parte comune. La S forma due stanze della suite divise. con uno spazio comune per un bagno nel mezzo. La luce entra alle due estremità della s e il bagno si apre verso la vista del lago e il salone si apre verso il bosco.

Il Belvedere
La stanza da letto, detta Belvedere. è parzialmente inserita nello spazio della casa: prende il nome dalla posizione del bagno dove la libera forma della vasca da bagno è inserita nella cella sotto il letto, in una siti Azione di belvedere. Il bagno può essere aperto e incluso dentro lo spazio del bagno o racchiuso da partizioni scorrevoli in vetro.

The corno
Lo spazio comune del corno è orientato verso la vista del lago. Lo strettissimo spazio della stanza è accentuato dalla tensione tra muri piegati e girati. Dall'entrata. nella stanza vetrata, all'estremità non è definita direttamente, cosi lo spazio è percepito come non finito; solo camminando all'interno si percepisce la sua lunghezza. Il bagno è posizionato vicino a partizioni scorrevoli in vetro. Quando i muri scorrevoli vengono aperti lo spazio del bagno assorbe l'uso dell'intero.

The Sunken
Staccato dallo spazio principale come la sky tower questa stanza da letto su due livelli è incastonata nel terreno. La sua posizione avanzata le dona autonomia. La faccia obliqua del pavimento accentua l'impressione di essere dentro la scarpata particolarmente quando si è nel bagno sottostante.

 

"Images" per l'Expo

Qualche anno fa la Francia si preparava ad ospitare, sessantasette anni dopo l'ultima esposizione internazionale di Parigi, l'Expo 2004 di Saine-Saint-Denis. Un progetto ambizioso che aveva coinvolto architetti, grafici, artisti, pubblicitari ed economisti, ma che non avrà mai luogo perchè ritenuto dal governo francese infattibile e strategicamente irrilevante per la regione metropolitana de France. Le Intenzioni erano delle migliori, Bernard Tschumi era stato chiamato per Immaginare l'architettura generale del sito e prefigurarne il paesaggio. Il tema, particolarmente sofisticato e contemporaneo, aveva la pretesa di avvicinate il pubblico al mondo delle immagini attraverso un processo di decifrazione, lettura e comprensione delle loro espressioni artistiche, scientifiche e tecnologiche, e del loro uso nelle dimensioni culturali, economiche e sociali. Lo spettatore, guardando le immagini ed entrando nei loro processi di fabbricazione e diffusione, si sarebbe trasformato in manipolatore percorrendo un luogo interattivo dove la libera associazione delle immagini e delle idee avrebbero aiutato a costruire nuovi sguardi. Il padiglione per l'Expo 2004 è un edificio in continua tensione tra termini contrapposti, lotta e frattura tra ambienti interni ed esterni, luci ed ombre, quiete e rumore, dinamicità e staticità, realtà ed artificio. images", addossato ad una collina artificiale formata da materiali di riporto provenienti dai cantieri della capitale francese, è la mediazione tra il recinto espositivo, limite di un luogo effimero, temporaneo, iperdinamico, ed il parco della Coumeuve, ambiente consolidato e rifugio dalla frenesia del quotidiano.

 

Le forme sinuose della collina sono interrotte bruscamente da un taglio netto ad una delle estremità, qui il padiglione prende forma: una grande scatola nera parzialmente avvolta da un involucro che ricostruisce la forma della collina interpretandone le curve a tratti frastagliate e sinuose. L'immagine d'insieme ricorda i primi apparecchi fotografici formati da una rudimentale camera oscura avvolta e protetta da un drappo nero per facilitare al fotografo, vero Interprete del momento fotografico, la visione dell'immagine da imprimere sulla lastra. L'organo architettonico è, in questo caso, il racconto del processo fotografico, infatti, come la luce traccia i segni dell'immagine immortalando il soggetto cosi le forme dell'edificio vengono esaltate e fissate nel tempo dalla luce del sole che colpisce le pieghe dell'involucro e dal riflesso delle luci artificiali che, dall'interno dell'edificio, si proiettano verso l'esterno. Le lame dell'involucro proteggono la facciata del padiglione mediando lo spazio chiuso da quello aperto, la luce dalle ombre, il reale dall'irreale. Il padiglione acquista II carattere di rovina moderna e l'occhio dello spettatore attore coglie all'interno, attraversando con lo sguardo le pieghe dell'involucro, il suo significato intrinseco.

 

New Territories Houses

L'architetto Rudolf Michael Schindler è stato un punto di riferimento del movimento moderno americano ed esponente di spicco della scuola californiana. Nato a Vienna alla fine dell'ottocento, Schindler si laurea in ingegneria mentre frequenta l'Accademia d'arte diretta da Otto Wagner. Nel 1914 abbandona la madre patria per emigrare negli Stati Uniti dove lavorerà in uno studio di Chicago prima di essere chiamato da Frank Uoyd Wright con il quale collabora fio al 1920 quando si trasferisce a Los Angeles dove, in una "casa cooperativa" da lui progettata per la moglie e una coppia di amici, inizia l'attività di libero professionista. Neutra, compagno di studi di Schindler, lo raggiunge negli Stati Uniti dove i due Iniziano un fervido seppia breve rapporto collaborativo. La casa di Shindler diviene in breve tempo punto di riferimento culturale della comunità intellettuale avanguardista di Los Angeles.

 

Il MAK Center far Ari and Architecture di Los Angeles, nato dalla collaborazione tra il MAK di Vienna e l'associazione Friends of the Schindler House. è impegnato nella promozione di progetti e idee che indagano nei campi dell'arte e dell'architettura rompendone i confini discipinari. Nasce così "New Tenitories Houses", un concorso di Idee che ha visto importanti architetti confrontarsi sul tema della residenza proponendo alternative radicali all'abitare. Il progetto dello studio di Odile Decq e Benolt Cornette è una rilettura contemporanea della poetica architettonica di Schindler. L'impianto urbano, te bassi edifici sviluppati in lunghezza. cerca l'inserimento nel contesto architettonico attraverso un'operazione di mimesi grazie alle superfici frastagliate dei tetti giardino. La semplicità architettonica conferisce un unicum visivo permettendo, allo stesso tempo, una forte diversità e personalizzazione delle singole abitazioni. Infinite viste prospettiche regalano un ambiente vario in continuo movimento. Piccole corti interne e fratture create dallo scontro tettonico tra le superfici della copertura. conferiscono ricchezza di luce agli ambienti interni pur salvaguardando l'intimità familiare. Luce e privacy distinguono gli ambienti interni aperti e mossi dalla riflessione della luce e da grandi schermi alle pareti.

 

Assindustria, Terni

La nuova sede dell'Assindustria conferma quanto avvenuto a Roma in occasione del Giubileo del 2000 e sottolineato da Bruno Zevi in un'intervista radiofonica della RAI nel 1996. Zevi intravedeva, in riferimento alla scelta del Vescovado di Roma di realizzare una nuova chiesa celebrativa dell'evento nel quartiere periferico del Casilino, un'energica spinta verso una nuova cultura architettonica italiana impressa da un mecenatismo illuminato. Scelta ripresa dall'Assindustria di Temi che ha affidato allo studio parigino di Odile Decq e Benolt Cornette la realizzazione della loro nuova sede. con spazi per uffici, sale riunioni, un ristorante e un'area espositiva per l'allestimento di una mostra sulla storia dell'acciaio. Il nuovo edificio si proietta verso il superamento della dicotomia tra paesaggio e architettura nel tentativo di rappresentare un ambiente omogeneo e fortemente simbolico dove la lettura del rapporto uomo-natura è di facile comprensione e immediata percezione. Una spirale di acciaio e vetro avvolge ed è avvolta da filari di alberi sottili e slanciati; l'insieme dona cosi l'impressione di un oggetto in movimento, uomo e natura si muovono in simbiosi. Il vento, muovendo le fronde degli alberi, accentua lo sviluppo crescente dell'edificio che si contrappone alla natura per i suoi materiali ma senza ricercare una supposta supremazia sull'ambiente accentuando, al contrario, come l'uso di materiali trasformati dalle mani dell'uomo e simboleggianti il suo progresso tecnologico, siano il risultato di una rapporto collaborativo uomo-natura.

 

La pianta a spirale permette di creare un percorso crescente dove il susseguirsi degli ambienti, dallo showroom al piano terra, agli uffici di rappresentanza all'ultimo piano, trasmette un senso di crescita metaforicamente riferibile al futuro verso il quale sembra proiettata l'Assindustria. La hall d'ingresso, leggermente arretrata rispetto al fronte strada, è il cuore dell'edificio, da lì parte il percorso di distribuzione a spirale, ma è la sala conferenze il punto di riferimento di tutto il sistema; ad essa si accede dall'ingresso, dal percorso spiraliforme che distribuisce i piani e da una passerella che attraversa in quota l'atrio. Un'ampia vetrata conferisce trasparenza all'ambiente sia dall'interno che dall'esterno, come accade per tutti gli uffici disposti ordinatamente lungo le rampe del percorso a spirale aperte sull'atrio, permettendo un facile riconoscimento ed una comprensione spontanea del susseguirsi degli spazi a chiunque acceda per la prima volta nell'edificio. Un volume 'cerniera" segna lo spigolo opposto alla sala conferenze e ospita le sale riunioni. La struttura è un sistema eterogeneo alternato da vele di cemento e pilastri di acciaio che contribuiscono a conferire movimento all'edificio. L'atrio é coperto da una vetrata modellata dar raccordi obbligati tra le differenti quote risultanti dall'ultimo tratto della spirale che esalta, come le pareti esterne le quali sembrano fluttuare e vibrare lungo i lati dell'edificio, l'idea di movimento dell'organismo architettonico avvolgendo il fruitore in un vortice percettivo. Lastre opache d'acciaio inossidabile lavorate in superficie si alternano a lastre di vetro trasparente a costituire la pelle dell'edificio vibrante di luce.

 

Opac de la Meuse

I grandi terrazzamenti digradanti verso la valle dalla collina di SaiM-Catherine a Ber-le-duc sono il risultato dell'azione antropica dell'uomo sul territorio, in continua ricerca di spazi da modellare per lo svolgimento delle sue funzioni. L'edificio per la nuova sede dell'Opac sarà costruito sul fianco della collina organizzata in terrazzamenti contigui. La vista dalla collina verso la valle e la città vecchia sono stati un vincolo progettuale più che un'idea di progetto. Per preservare la vista dalla strada che corre lungo il fianco della collina, un volume, contenete gli uffici al pubblico e la hall, è stato addossato al fianco del primo terrazzamento, più basso rispetto la sede stradale, ottenendo continuità tra il tetto terrazza dell'edificio e la strada. Questo volume seminascosto è attraversato da un passaggio che, grazie ad un sistema di scale, risolve la differenza di quota tra il piano a monte e i percorsi che scendono a valle. L'intersezione tra percorso ed edificio coincide con la hall d'ingresso conferendo articolazione al sistema architettonico. Un semplice volume a forma di parallelepipedo, sollevato di tre metri sopra la terrazza giardino, ospita la sede dell'Opac.

 

La frattura tra i due volumi garantisce continuità visiva ed è, allo stesso tempo, un espediente per assicurare, a tutti gli ambienti che si articolano nell'edificio, di godere di questa vista privilegiata. Il luogo di lavoro perde il suo obsoleto significato di macchina e il suo carattere costrittivo, ben raffigurati dal memorabile film "Tempi moderni" di Charlie Chaplin. Gli spazi di lavoro sono oggi ambienti aperti e fortemente leggibili nei quali l'individuo si identifica all'interno di un gruppo che si struttura in maniera flessibile grazie alle opportunità offerte da orari di lavoro parziali e dalle nuove tecnologie, ma l'edificio del lavoro assume anche il carattere di luogo di rappresentanza aprendosi al pubblico con trasparenza cristallina offrendo l'immagine dell'identità del gruppo e dell'azienda. La contrapposizione dei due edifici è accentuata dalla diversità di trattamento delle facciate. L'edificio basso. mimetizzato sul fianco della collina, ha una struttura in vele di cemento ed una facciata vetrata aperta sul tondo valle. Il grande parallelepipedo è sospeso su piloties leggermente inclinati e presenti solo alle sue estremità restituendo cosi un'immagine di leggerezza statica, visione prospettica e solidità della proiezione frontale. Il rivestimento della facciata suscita nello spettatore la medesima immagine, il forte colore rosso che contraddistingue la facciata è un segno distintivo fortemente riconoscibile anche se nascosto dagli alberi circostanti della collina mentre le numerose piccole finestre rotonde sparse casualmente sulla superficie alleggeriscono II volume conferendo trasparenza. L'effetto generale è un'ulteriore prova della maestria di questi architetti parigini capaci di fare dell'architettura un manifesto, un libro aperto in grado di raccontare l'uomo e il suo vivere in movimento nel territorio, sospeso tra natura e ragione.

 

Museo d'Arte contemporanea

In questi ultimi anni chi si occupa di architettura in Italia è stato attonito spettatore di una città, Roma, alla ricerca di un rinnovato ruolo sul panorama nazionale e internazionale. Pur conservando il suo carattere di città nodo del sistema globale. la capitale italiana non è una megalopoli "totale", come Londra e Parigi, né ha le caratteristiche per diventarlo, ciononostante é alla ricerca di un ruolo capace di proiettarla su di un piano culturale d'avanguardia. L'architettura è il mezzo scelto per il suo rilancio. Troppo spesso, in Italia, si è parlato di qualità dell'architettura trascurando i contenuti che l'architettura avrebbe dovuto esaltare, raccogliere, proteggere, organizzare. Non c'è paese la cui espressione architettonica sia viva e vivace se il sottofondo culturale, inteso in tutte le sue forme, è agonizzante e occluso tra le fitte maglie di schemi classici dei quali, pur riconoscendo l'importanza e la matrice storica, è sofferente per le impostazioni e imposizioni di filosofie ormai da ritondare. L'architettura, come amava ricordare Balzac, è l'espressione dei costumi. Lecito chiedersi, dunque, quale architettura possa nascere da una comunità che non ha altro da dire? Non dimentichiamoci che l'architettura é "arte cardinale" (Considerant), "arte matrice di tutte le altre arti" (Lamennais) e riassume di conseguenza la società stessa scrivendone la storia. Il progetto per il Macro di Roma è un racconto storiografico di un paese al giro di boa, diviso tra due generazioni la cui distanza è ormai incolmabile, è la novella di una società che ha vissuto una rivoluzione bianca e che per un periodo breve, se paragonato alla vita dell'uomo, ma lungo se rapportato al ritmo dello sviluppo globale, ha percorso una fase di stallo dovuta ad un forte choc. Il nuovo museo d'arte contemporanea è un evento epocale per il peso del confronto con una città dalle radici storiche profonde che ha saputo far vincere la sua anima nobile costantemente protesa verso la cultura e l'auto-celebrazione. Il Macro è un progetto inserito tra le mura di una vecchia fabbrica di birra, cresciuta in un tessuto urbano storico e sedimentato dal tempo, come un una pietra preziosa incastonata in un metallo pregiato. Chi ha avuto modo di interessarsi del progetto (a breve è prevista l'apertura del cantiere) ha già scoperto la sua risonanza sulla staticità del luogo che infonde un nuovo o forse rinnovato dinamismo attraverso l'intreccio tra classico e contemporaneo articolati tra di loro senza alterarne la specifica distinzione, regalando la sensazione di un avvenimento, una rilevazione, una scoperta. L'arte infonde nell'individuo sensazioni, e una galleria d'arte non può che essere il luogo delle sensazioni, un'esperienza sensoriale capace di sintetizzare i nuovi contesti e i nuovi sentieri battuti dalle espressioni artistiche coinvolte in nuovi mezzi espressivi, nuovi conflitti e nuove contaminazioni con cui confrontarsi. La rottura dell'arte contemporanea, il suo sconfinamento disciplinare, é generatrice degli spazi del nuovo museo romano, spazi liberi, non gerarchici, fruibili in libertà dinamica. Ogni elemento, dall'ingresso ai percorsi, dalle rampe al giardino terrazza, invoglia il visitatore a scoprire lo spazio e il suo contenuto favorendo il movimento attraverso prospettive tangenziali in continua tensione.

 

Vecchio e nuovo contribuiscono alla scoperta stimolando l'interesse nel visitatore, cosi il soffitto ed il pavimento sembrano fratturati, scolpiti, animati dinamicamente, contrapposti alla struttura del vecchio edificio lasciando intravedere grate, cornici, nicchie, in una nuova interpretazione degli insegnamenti scarpiani. La vibrante tettonica dei piani orizzontali è momento di relazione tra interno ed esterno che culmina nella terrazza panoramica dalla superficie ondulata, ricca di scorci verso l'interno dell'edificio come di viste panoramiche sulla città. O cortile centrale, semplice e lineare nelle sue forme, è punto di partenza e intersezione di rampe e, grazie alla visione d'insieme dei volumi che compongono l'intervento, restituisce l'unitarietà e la limpidezza d'immagine al vecchio complesso. M'angolo tra via Nizza e via Cagliari l'edificio si manifesta alla città con sobrietà e trasparenza segnando il nuovo ingresso al museo. La percezione del tetto terrazza, percorrendo viale Margherita. interrompe la retta linearità della strada e i setti della vecchia fabbrica, che caratterizzano i lati delle due vie, lasciano intravedere la sala riservata alle esposizioni artistiche favorendo l'interazione tra arte e vita urbana. Il tetto è trasformato in giardino artistico di tipo astratto, è una superficie dinamica che cambia al ritmo delle stagioni. I piani inclinati che compongono il livello del terrazzo, dalle superfici ruvide, lisce, lucide, richiamano paesaggi naturali, come ghiacciai, o spaziati, come il suolo lunare. La vera forza di questo elemento architettonico è la sua permeabilità, si offre, infatti, ai cittadini in ogni momento della giornata, una componente democratica che apre indistintamente agli individui la possibilità di godere di una "piazza" aerea aperta verso la città. Al centro della "piazza" una piccola vasca d'acqua ricrea l'ambiente di uno stagno arricchito da sabbia, ciottoli e specchi luminosi, offrendo sollievo e riparo dalle afose giornate estive della capitale in un'esperienza tattile nuova che ricalca la tradizione dei parchi e giardini italiani. L'ampia sala espositiva, sotto la superficie del tetto terrazza, è uno spazio versatile, irregolare nella sua struttura ma fortemente modificabile per le esigenze espositive. L'opera d'arte può essere, a piacimento dell'artista, vista e vissuta da angolazioni diverse, prospettive ravvicinate o lontane, lasciando al visitatore la libertà di muoversi democraticamente attorno all'opera, offrendo nuove interpretazioni. L'ingresso da via Nizza è la prima tappa del percorso sensoriale. I visitatori accedono al museo attraversando uno stretto e lungo cortile dove crescono alti e fitti bambù che raggiungono l'altezza del tetto. I giochi di luci e ombre, la sensazione del leggero e lento movimento dei bambù, fungono da filtro, aiutano il visitatore a liberare la mente, Io preparano ad abbracciare le nuove esperienze sensoriali racchiuse nel museo. Il "filtro-ingresso" è un espediente preparatorio all'esperienza sensoriale del foyer, attraversato da rampe, balconi e un ponte di collegamento. La visione piranesiana di questi sistemi di distribuzione, percorsi dal flusso inarrestabile dei visitatori, conferisce idea di movimento, disorientando, per qualche istante, il visitatore richiamato alla realtà dalla vista del grande volume colorato della sala conferenze al centro del foyer, che dona stabilità all'ambiente.

 
Maurizio Bradaschia

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