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Paolo Toffolutti

Alvar Aalto
1 settembre 2006
Il Progetto 30
1 ottobre 2006
 

Malavita

Trieste, giugno-luglio 2006

Malavita ha proposto una selezione di opere recenti assieme ad opere realizzate nel corso degli ultimi tredici anni da Paolo Toffolutti, tutte basate sui concetti di smarrimento, dimenticanza, perdita di riferimenti percettivi e cognitivi. Sono teli, fotografie, sculture, video, oggetti, che presuppongono l'impossibilità ad essere percepite nella loro unitarietà/complessità. Campi, spazi e situazioni che condividono con lo spettatore un disagio, un disturbo, una mancanza, quale punto centrale per la loro comprensione/visione. Per dimensioni, proporzioni, rapporti compositivi, i teli monocromi sono stati elaborati in forma tale da indurre fenomeni ottici che possono, al contempo, attrarre e distrarre l'attenzione. Tensione che agisce sulla capacità di concentrazione mentale dell'osservatore, attirato e respinto allo stesso tempo ed alla ricerca di un punto ragionevole per mettere a fuoco il fenomeno. Campi più grafici che pittorici che, per grandezza e spessore, si insinuano nelle architetture, assorbono e riflettono la luce in funzione di elementi geometrici semplici (righe, dischi, quadrati, elissi, triangoli), disposti con ordine uniforme e regolare. Retini per catturare immagini di campi monocromi invisibili, fortemente ingranditi, tali da impedirne la percezione allo spettatore che, prigioniero dell'architettura, non può porsi alla remota distanza ottimale e risulta fuori contesto rispetto alla propria esperienza percettiva. Sono icone contemporanee del suprematismo, o della stagione monocroma anni '50, simulacri, più precisamente immagini, portate al limite della loro entità. Per eccesso di definizione spostano ogni punto, sia esso spaziale temporale concettuale, di riferimento.

 

Il configurarsi in forma di oggetto non modifica la problematica; un orologio preparato segna impercettibilmente il tempo alla rovescia, Tempo Perso che si inviluppa come un nastro riavvolto che ci fa improvvisamente capire che ciò che stiamo vivendo è una riproduzione, che ciò che dovrà avvenire è già avvenuto, che stiamo forse ripetendo ín modo ossessivo e meccanico ogni gesto, azione, giorno del nostro falso movimento. Oppure, una scultura che all'apparenza può richiamare una gabbia con all'interno la proiezione del suo doppio ideale diminuito. Natività: gabbia che si riproduce in gabbia; lo stato in cattività come condizione esistenziale, la prigionia come prospettiva. Ancora, un rilievo alla parete fatto di gadget religiosi che, incastrati tra loro, simulano la grata di una finestra-quadro che non c'è: Attenti a Dio, ci ammonisce il titolo impedendoci ogni ulteriore visione. Le strutture plastiche fanno emergere una tensione in direzione della perdita-mancanza. Lo spettatore è vincolato ad una logica intrinseca che le rende alienanti, ossessive quanto le superfici bidimensionali. Il processo dello sguardo viene violato, interrotto, subisce uno smarrimento nelle cornici culturali ed organizzative che lo sottraggono al flusso temporale della storia. Un realismo vessatorio al quale il soggetto non si può sottrarre, e che annulla ogni punto di riferimento ed imprigiona ogni sentimento, sia consapevole che inconscio. Prigionieri del proprio corpo o di quello altrui, delle proprie convinzioni o fissazioni, del lavoro o della sua mancanza, dell'intelligenza o dell'ignoranza, passiamo di generazione in generazione attraverso nostri simili, spinti dentro limiti, aggrappati ad ostacolati che, mentre rassicurano, vincolano. Gli occhi cercano altri occhi, stanno in febbrile apprendimento delle geometrie dello sguardo. Accorti a cogliere le reciprocità e i riflessi, oltrepassano gli infiniti vuoti scavati, suo malgrado, dal senso. Stanno guardinghi in attesa di una tensione, cercano il nulla che possa sostenere un altro sguardo.

 
Marco Puntin

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