parallax background

People meet in architecture

Il Progetto 35
1 gennaio 2011
ABDR, tre progetti
1 gennaio 2011
 

Una Biennale senza Archi Star. Forse, tuttavia, eccessivamente. Schierata apertamente, orientata verso ecologie future e consapevolezza nella trasformazione/costruzione del pianeta e dei suoi spazi, anche questa 12^ Biennale ci ha comunque regalato forti emozioni. …“Il primo decennio del ventunesimo secolo si sta chiudendo in un susseguirsi di cambiamenti radicali. In questo contesto in rapida evoluzione, l’architettura può farsi portavoce di nuovi valori e moderni stili di vita? La mostra è l’occasione per sperimentare le molteplici possibilità dell’architettura e per dar conto della sua pluralità di approcci. Ogni suo orientamento è in funzione di un modo di vivere diverso. La sensazione diffusa è quella di vivere in una società postideologica.”… Kazuyo Sejima ha lasciato estrema libertà di interpretazione del tema, People meet in Architecture, dove l’intento era quello di dimostrare come l’Architettura possa e forse debba riappropriarsi del suo ruolo aggregante di costruzione di luoghi in cui fare (con)vivere “poeticamente gli uomini”. Un tema efficacissimo eppure risultato un po’ debole negli esiti, o meglio, forse poco eclatante, nell’indiscutibile qualità della rassegna, interpretabile in vario modo. Tutti i partecipanti hanno risposto realizzando scenari centrati prevalentemente sull’interazione tra ambiente e società, arricchendo la mostra di sguardi molteplici, certamente non univoci. Così al Palazzo delle Esposizioni, ai Giardini e all’Arsenale. Film in stereometria in primo piano, molta sperimentazione, tante installazioni artistiche (non è casuale l’omaggio di Tom Sachs a Le Corbusier), come sempre, soprattutto all’Arsenale, pochi edifici.

 

E, ancora, tanto sociale, catastrofi, incertezze sul futuro del pianeta, domande, tentativi di risposte. “La Biennale è interessata a una ricerca sull’architettura nel tempo presente, all’architettura come arte che aiuta a costruire la res publica, gli spazi nei quali viviamo e organizziamo la nostra civiltà, gli spazi nei quali ci riconosciamo, gli spazi che possediamo senza esserne proprietari, ma che sono parte del nostro essere uomini e società”, ha ricordato il presidente Baratta. Uno straordinario film di Wenders in 3D apre la sequenza di opere esposte all’Arsenale. Il film proietta uno dei più recenti progetti di Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa (Sanaa) per Losanna e presenta, attraverso un’opera recente della curatrice, il senso, o meglio l’atmosfera che ci si appresta a respirare. Atmosfera enfatizzata dall’evanescente viaggio nelle nuvole attraverso il percorso aereo di Transsolar & Tetsuo Kondo, nel percorso delle Corderie. Geniale, come sempre, il padiglione croato, con la nave rappresentante i mille significati possibili. E, bellissimo, quello Australiano. Una Biennale minimalista, orientata, come la curatrice, al “less is more”. Leggermente autobiografica, come ha ricordato Fulvio Irace sulle pagine de Il Sole 24 Ore, una Biennale che ha il “limite di contrarsi alla misura dell’autobiografia: dell’antologia cioè di pezzi scelti sulla base di idiosincrasie, affinità, parallelismi con il suo lavoro. Lo dimostra innanzitutto la sua prepotente presenza come progettista,…”.

"...l’architettura può farsi portavoce di nuovi valori e moderni stili di vita?"

 

Una Biennale che ha però il pregio di offrire ampie aperture a nuove utopie sociali, nuovi orizzonti, una rassegna aperta a più possibili futuri, desiderosa di democrazia. Libera, contemporanea. Priva di inutili virtuosismi e acrobazie architettoniche. Una rassegna ragionata, dove alla forza dei muscoli si è preferita la forza del ragionamento. Interessata a rappresentare un’architettura capace di esprimere nuovi modi di vita, nuovi fruitori e nuovi committenti. Un futuro possibile, raggiungibile, verosimile. Il desiderio, una delle finalità, quella di trasformare l’architettura da arte elitaria a fenomeno di massa. E in questa non rinnovata “apertura” all’Etica più che all’Estetica, certo entrano prepotentemente in gioco i progetti post terremoto e tsunami proposti dal Cile, l’allestimento del Regno del Bahrain e la struttura mobile a forma di cupola del cinese Wang Shu. Efficace, colto e sofisticato il padiglione ungherese curato da Andor Wesselény-Garay e Marcel Ferencz, una riflessione sul segno e sul disegno, sull’idea e la trasmissione delle idee dell’architettura, orientato a cogliere ed enfatizzare, attraverso la riflessione di progettisti del panorama internazionale, il significato della linea, il tratto grafico, preludio al progetto.

 
Maurizio Bradaschia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *