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Reporting from the front

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Un ritorno alla politica.

Come nei primi anni del novecento, Aravena, con la sua Biennale, riporta l’architettura su tematiche di natura politica. Un ritorno alla politica in tempo di crisi. Anche qui, dopo la grande crisi del ‘29, le questioni (anche se con sfumature diverse, ma simili) si ripetono. Sono i temi portanti degli ultimi tempi (di crisi ma non solo) a farla da padrone: la crisi economica globale, l’inquinamento, il sovraffollamento, le migrazioni dei popoli, il disagio del pianeta povero, la necessità di integrazione e solidarietà, i temi della disuguaglianza, dunque, della sostenibilità, della sicurezza, della segregazione, del traffico, dell’inquinamento, dello spreco, della migrazione, delle calamità naturali, della casualità, delle periferie e della carenza di alloggi. Come per Le Corbusier l’Architettura era “Architettura o Rivoluzione”, anche per Alejandro Aravena la questione è (per una nuova rivoluzione), deve essere quella di “dare alle persone un luogo dove vivere”. E lo stesso aggiunge: “il problema non è dare le risposte sbagliate, ma fare le domande giuste.”.

 

Partecipazione, ecologia, responsabilità stanno alla base della ricerca di una nuova etica, di una rinnovata estetica della sostenibilità e dell’integrazione. Ed è così che addirittura il padiglione tedesco realizzato da Albert Speer viene demolito da Making Heimat in alcune sue pareti, a significare, nel luogo simbolicamente riconducibile alla guida europea, la necessità di abbattere gli ultimi muri, di aprire l’Europa al mondo. Sono i temi della solidarietà, della sostenibilità, dell’autocostruzione, i protagonisti di questa XV Biennale che presenta, tra gli altri, archistar come Rem Koolhaas, David Chipperfield, Renzo Piano, con il suo recupero delle periferie (è in mostra il progetto per il quartiere milanese del Giambellino), Tadao Ando, Jean Nouvel, tutti impegnati, nel presente, da grandi interpreti contemporanei, su questi temi. Un unico congruente percorso espositivo collega l’Arsenale, i giardini e il padiglione centrale per stupire, “lasciarsi sorprendere senza pregiudizi”, attraverso l’interpretazione del “reporting from the front” di 88 paesi. Fantastico il padiglione spagnolo, con un sofisticato e diffuso riuso degli edifici al tempo della crisi; interessante quello olandese con l’architettura del peacekeeping, e di estremo interesse il padiglione americano curato da Monica Ponce de Leon e Cynthia Davidson, che espone dodici progetti per la città di Detroit, città postindustriale in cui le strategie governative americane intendono trasferire gran parte dei rifugiati giunti negli Stati Uniti.

“Il problema non è dare le risposte sbagliate, ma fare le domande giuste.”

 

La visione, nella rassegna, è orientata al reperimento di idee per il bene comune, enfatizzando temi come la responsabilità, la socialità, la sostenibilità. Già, l’abusatissima questione della sostenibilità. E c’è, infatti, poca innovazione tecnologica, molto utilizzo delle risorse locali, il tentativo di tornare a interpretare i bisogni della gente. Perché: “Non si può rispondere a nuove domande su scala globale con vecchie risposte. Bisogna superare la mediocrità del mercato e includere la gente nel processo decisionale”, ha dichiarato Aravena. Una Biennale, come ha ricordato il Presidente Baratta: “che vuole offrire una visione aperta verso il futuro che dobbiamo percorrere con un rinnovato senso del bene comune e con la consapevolezza che l’architettura, la più politica delle arti, deve ritornare a dare risposte concrete alla società civile.”.

 
Maurizio Bradaschia

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