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Ricostruire L’Aquila

Il Progetto 37
1 gennaio 2012
Jarmund Vigsnaes
1 gennaio 2012
 

A tre anni dal drammatico terremoto del 2009, l’Aquila vive oggi una grave condizione di crisi. La sua ricostruzione, che procede purtroppo con considerevoli ritardi, ci offre l’occasione per svolgere alcune generali osservazioni sull’argomento.

Storia dell'Architettura e futuro della città
La storia architettonica di una città e la sua eredità culturale fanno parte del patrimonio del Paese in cui si trovano e, al tempo stesso, dell’intera umanità. Simmetricamente, la perdita anche soltanto di una parte di esso, sia dovuta al degrado, sia alla sua vera e propria scomparsa, costituisce un impoverimento (e una sconfitta) non solo a livello locale ma anche per tutti i popoli della Terra. Sin dall’adozione della Convenzione UNESCO nel 1972, la protezione e conservazione della nostra collettiva eredità culturale ha gradualmente aperto la strada verso uno sviluppo sostenibile dei centri storici. A partire infatti dai principi espressi dalla Carta di Venezia del 1964, la International Charter on Conservation and Restoration of Monuments and Sites, è diventato nostro preciso dovere identificare, proteggere, conservare e trasmettere alle generazioni a seguire tale patrimonio culturale, promuovendo l’applicazione di ogni nostra conoscenza teorica, ogni metodologia, di ogni tecnica scientificamente condivisa, soprattutto nei casi in cui di tali opere sia stato riconosciuto l’”eccezionale valore universale”. Dei centri storici vanno dunque salvaguardate la qualità architettonica, le tipologie, i materiali e le tecniche costruttive, gli apparati decorativi, l’omogeneità, le qualità sociali e relazionali degli spazi pubblici ecc., tutte cose spesso considerate di grande valore storico e artistico. Si tratta di insiemi che configurano veri e propri paesaggi culturali, frutto del lavoro combinato della natura e dell’uomo, il cui spazio urbano è prodotto dal lavoro creativo di generazioni diverse. Per “eccezionale valore universale” s’intende un significato culturale tale da trascendere i confini locali o nazionali e costituire un bene d’importanza comune per le generazioni presenti e future dell’umanità intera. Per “autenticità”, s’intende un sistema di valori quali, per esempio, la sua configurazione formale e progettuale, i materiali adoperati, le grane, le tessiture, i colori, l’uso e le funzioni (anche diverse, nel tempo), le tradizioni che vi sono state ospitate, le tecniche costruttive, il luogo stesso in cui si trovano ecc. In ogni intervento, com’è noto, è necessario distinguere fra conservazione, recupero e restauro. La prima punta a tramandare il tessuto storico nel suo insieme prevalentemente attraverso interventi di manutenzione e riparazione. Riflette la continuità storica di una fabbrica nel tempo, attraverso le successive occupazioni e quei cambiamenti sufficientemente rispettosi della sua natura che vi sono stati eseguiti in passato e vi vengono eseguiti oggi. Si tratta di una fase importante: conservare è meglio (e più economico) di restaurare: una manutenzione eseguita con cura, costanza e competenza è essenziale per la buona sopravvivenza del patrimonio architettonico e urbano. Recuperare va invece riferito ai processi di ripristino e riparazione dei materiali storici, con un certo spazio per la ricostruzione delle parti compromesse o mancanti. Spesso è necessario fare i conti con l’upgrading degli standard storici (insufficienti): nessuno accetta oggi di vivere come si viveva in passato. Ciò è vero da diversi punti di vista; per esempio per quanto riguarda le dimensioni degli ambienti, la loro illuminazione e ventilazione, la presenza di servizi adeguati ecc. Ma è altrettanto vero che l’edilizia storica, quando è opportunamente riqualificata, può essere più efficiente e confortevole di molti edifici contemporanei, per non parlare del valore aggiunto che essa apporta in termini di fascino, memorie, qualità architettonica ecc. Restaurare si riferisce infine, com’è noto, al ripristino dei materiali che fanno parte del periodo più significativo della storia di quell’edificio o di quella città, consentendo, in taluni casi, la rimozione delle parti risalenti a periodi diversi. Si tratta di intervento delicato, che va eseguito impiegando maestranze esperte e sotto la supervisione di studiosi e professionisti di altrettanto comprovata esperienza. Le contrapposizioni storiche che hanno caratterizzato tale ambito operativo appaiono oggi, soprattutto in Italia, notevolmente sfumate. In questa prospettiva, il restauro – che deve ancora seguire i quattro criteri tradizionalmente posti a fondamento della disciplina sin dal 1972: riconoscibilità, reversibilità, compatibilità e minimo intervento – si apre a spazi di flessibilità, capaci di accogliere sollecitazioni progettuali diverse in cui la componente creativa non ha preclusioni verso materiali e tecnologie contemporanee. Si stanno così affacciando posizioni a mano a mano più innovative, in particolare quelle fatte proprie, di recente, dall'Istituto Centrale per il Restauro e dallo stesso Ministero per i Beni Culturali. A L'Aquila, il patrimonio monumentale “maggiore” distrutto dal terremoto andrà probabilmente ricostruito più o meno “com'era, dov'era”, nei limiti in cui una simile operazione sia mai letteralmente possibile. Gli edifici danneggiati andranno puntualmente restaurati. Tutto l'edificato dovrà, anche in questo caso nei limiti del possibile, essere sismicamente adeguato, per evitare o almeno limitare i danni di altri, futuri eventi sismici e ripensato alla luce della più generale nozione di sostenibilità. Ancor più difficile, dal punto di vista teorico, saranno gli interventi sul tessuto edilizio minore, più o meno recente, soprattutto nei casi di ricostruzione integrale. Sarà necessario ricorrere a progettisti di grande sensibilità, che abbiano gusto, senso della misura e delle proporzioni, e siano in grado di operare con coraggio scegliendo il nuovo ma riportandovi lo spirito del vecchio, senza per questo proporre falsi storici o ammiccare superficialmente alle preesistenze. È necessario che l'Amministrazione comunale si doti di strumenti normativi agili e flessibili, che possano costituire una utile guida per privati, progettisti e per la stessa amministrazione. Sarà infine necessario adottare, senza sovrastrutture ideologiche ed evitando pregiudizi strumentali, un punto di vista a geometria variabile, capace di articolarsi tra continuità e discontinuità in una molteplicità di approcci teorici e di esplorazioni critiche: una strategia che, dopo il tramonto delle contrapposizioni dialettiche tra opposte concezioni teoriche e operative, appare quasi obbligata, a patto di ricordare che, se è vero che si può essere antichi solo se moderni, non è vero il contrario. Intervenire richiede insomma una sottile sensibilità culturale e un profondo know-how critico che ci consenta di correttamente interpretare il valore culturale del patrimonio architettonico e urbano che la storia ci ha lasciato. La cultura italiana di settore è probabilmente, ancora oggi, la più esperta e interessata a tali temi, quella meglio in grado di intervenire sull’Heritage sia in Italia sia all’estero. Ma si tratta anche di una sensibilità che si va velocemente diffondendo nel mondo intero e spesso proprio nelle parti in cui meno sembrerebbe prevedibile: ciò vale per molti Paesi dell’Africa e dell’Asia, dove l’assenza di radici architettoniche è vissuta come un problema e dove ci si è ormai pienamente resi conto del valore aggiunto che la cura del patrimonio costruito apporta alla qualità della vita urbana nel suo insieme, della enorme differenza che si determina nelle città dove c’è cura per la storia rispetto a quelle di recente formazione, della capacità d’attrazione che tali parti storiche sono in grado di esercitare sui cittadini stessi e sui turisti provenienti da ogni parte del mondo, del fatto infine che l’Heritage non è un peso sulle finanze delle città e dei Paesi che hanno la fortuna di esserne in possesso ma è invece una straordinaria opportunità da “sfruttare”, non senza sensibilità culturale e senso della misura, per un futuro migliore dell’intera comunità.

Heritage e sostenibilità
Siamo poi convinti che i centri storici in generale, e L’Aquila in particolare, possano e debbano diventare i protagonisti di quel “verde balzo in avanti” - green leap forward – di cui tanto si parla. Il nostro stile di vita è insostenibile, e ciò che non è sostenibile non ha futuro, non è cioè in grado di continuare a esistere a lungo. Le nostre città devono affidarsi alle fonti di energia rinnovabili e diventare, in maniera drastica e sostanziale, ecologicamente sostenibili: abbiamo davanti a noi la grande sfida di una loro radicale riprogettazione che consenta il passaggio a un diverso tipo di civiltà. Le città verdi possono avere un impatto straordinariamente positivo sul futuro del nostro piccolo e sovraccarico pianeta: devono diventare più intelligenti e i loro centri storici, se oggetto di un appropriato upgrading, possono come s’è detto essere più intelligenti di gran parte dei sobborghi di recente costruzione. L’idea di città verde coesiste perfettamente con quella di centro storico. Un centro storico accuratamente riprogettato riesce a provvedere alle necessità di chi vi abita molto meglio dei sobborghi dipendenti dai mezzi di trasporto privati (le auto). I progettisti (architetti, ingegneri, urbanisti, tecnici ecc.) devono infine conoscere bene i luoghi dove operano: nessuna pianificazione funziona indipendentemente dai luoghi ai quali viene applicata; più si conosce un luogo e più lo si ama, più lo si ama più si è in grado di diventare parte attiva nei suoi processi evolutivi e nella formazione di un nuovo, generale sguardo verso il futuro. La necessità di andare verso insediamenti sostenibili non è più procrastinabile e la città è il campo in cui si gioca il futuro dell'umanità. La sostenibilità urbana è un concetto concretamente valido rispetto ad alcuni parametri fondamentali quali la produzione di più energia di quanta se ne consumi, la raccolta e il trattamento dei rifiuti all'interno dei propri confini, il riciclaggio delle acque ecc. Naturalmente tali obiettivi devono coesistere con quelli, tradizionali, di creare benessere economico e sociale, favorire la crescita culturale e tecnologica ecc. L'edificato e i trasporti sono responsabili del 70% delle emissioni nocive. Bisogna andare rapidamente verso una nuova stagione edilizia a emissioni zero. Gli obiettivi della sostenibilità - far sì che il soddisfacimento dei bisogni dell’attuale generazione non comprometta un’analoga capacità di quelle future - sono ovviamente ampi e, attraversando ambiti disciplinari diversi, investono pure, in misura determinante, la città e il territorio. Si stima che circa il 50% dei consumi energetici mondiali venga oggi assorbito dall’edificato. Quest’ultimo dovrà essere sempre meglio isolato (in ossequio, peraltro, alle normative progressivamente più esigenti); favorire, nei limiti del possibile, l’impiego di materiali locali (prestando quindi attenzione alle linee progettuali regionaliste, senza cadere nel localismo o nel pittoresco); funzionare come vero e proprio generatore di energia, con la possibilità di vendere o scambiare quella prodotta; dimostrare flessibilità rispetto ai cambiamenti imposti dalle mutevoli necessità dell’utenza (qualità spesso elevata nell’edilizia storica). Flessibilità che va intesa in maniera duplice: rispetto alla talvolta desiderabile lunga durata di un edificio o, viceversa, rispetto a una previsione di vita relativamente breve che si accompagna alla facilità con cui la stessa fabbrica possa essere demolita e i suoi materiali opportunamente riciclati. Bisogna ridurre l’effetto “isola di calore” che si determina in estate, abbattendo i livelli di ozono e limitando la climatizzazione degli edifici. I centri storici devono così diventare palestra della sperimentazioni più varie, all’insegna di sfide sempre più impegnative. Con nuove forme di urban farming, per esempio, gli abitanti riusciranno a produrre una significativa percentuale del proprio cibo usando giardini, terrazzi, coperture e facciate verdi, ma anche aree pubbliche messe a disposizione dalle amministrazioni municipali. Ciò comporterà, come indotto, un aumento della biodiversità proprio al centro di zone densamente popolate. I parchi e le aree verdi in genere funzioneranno come mezzi di raffreddamento passivo, allontanando i raggi solari dalle case nelle ore e nelle stagioni più calde. Marciapiedi permeabili consentiranno il mantenimento di buoni standard funzionali, eliminando gli svantaggi: permettendo all’acqua di filtrare nel terreno, si riducono i rischi d’allagamento e si aiutano le piante, che hanno bisogno di meno cure e meno acqua. È poi necessario lavorare sulla qualità dell’aria e dell’acqua; puntare alla formazione di comunità socialmente vivaci e fondate sulla pedonalizzazione, almeno nei centri storici. Le case di nuova costruzione e quelle recuperate adotteranno pannelli solari in grado di produrre energia pulita, faranno un uso intelligente dell’acqua meteorica, riutilizzeranno i materiali provenienti dalle demolizioni. Una volta riprogettate e recuperate, tali case saranno più flessibili, adattabili e interattive: qualsiasi smart home technology è facilmente proponibile nell’edificato storico. Le pompe geotermiche possono, per esempio, essere adottate per ottenere l’abbassamento delle temperature interne nella stagione calda e l’innalzamento delle stesse in quella fredda. Le case non saranno più solo “ripari” più o meno passivi, ma sistemi attivi ed efficienti, al passo con le richieste di spazi confortevoli e poco costosi: si riveleranno ecofriendly ma anche wallet friendly, amiche dell’ambiente come del portafogli. Le residenze ospiteranno fasce sociali ed economiche diverse assieme a uffici, negozi e a una serie di spazi pubblici verdi ben progettati e di facile manutenzione. Il tutto sarà pensato alla scala umana, per accogliere pedoni, anziani, bambini, disabili ecc.

Densificazione
È necessario evitare che la crisi innescata dal terremoto ne provochi, a catena, altre, di carattere economico, sociale ecc. Soprattutto, è necessario evitare che L'Aquila diventi una shrinking city, cioè una città demograficamente in contrazione, sia che si tratta di una contrazione apparente (nel caso in cui la popolazione si allontani dal centro per spostarsi verso i sobborghi, come sta nei fatti avvenendo), sia che si tratti di una effettiva riduzione. In entrambi i casi il pericolo è che il calo demografico determini condizioni di abbandono o degrado nelle aree centrali, la cui densità va salvaguardata. Per le nuove edificazioni è necessario utilizzare prioritariamente i cosiddetti brownfield sites, le aree dismesse, dove altrove sia le amministrazioni sia i developers privati sono intervenuti con successo, ed evitare di intaccare i greenfield sites, le aree verdi, sottraendole alla natura, all'agricoltura e al tempo libero. È necessario costruire nel costruito, all’interno cioè dell’edificato (il cosiddetto infill housing), se vogliamo minimizzare l’impatto sugli ecosistemi circostanti: se non altro perché si tratta di zone dove la maggior parte dei danni possibili sono già avvenuti. La questione della densità degli insediamenti urbani e la loro maggiore o minore sostenibilità - se sia cioè meglio procedere nella direzione di una progressiva densificazione (anche verticale) della città o sia invece preferibile la sua espansione orizzontale nel territorio - è questione che ha tenuto occupati a lungo gli esperti. Gli studi più recenti e accreditati propendono per la prima ipotesi: la città compatta, ad alta densità, appare la risposta migliore. Sono anzi proprio le elevate densità a consentire l'affrancamento dall'inquinamento automobilistico e la riconversione al più sostenibile trasporto pubblico, oltre a garantire sicurezza sociale e offrire un’apprezzabile varietà. Se è poi vero che il tempo diverrà un bene sempre più prezioso, è auspicabile la riduzione del pendolarismo giornaliero: ne risultano privilegiate le aree compatte, svantaggiati gli insediamenti troppo estesi. Una elevata densità demografica, che è parte integrante della nostra tradizione urbana, è un fattore estremamente importante per raggiungere un migliore funzionamento della città nel suo insieme. Può apparire contraddittorio, ma quartieri densamente popolati consumano meno energia e rilasciano meno inquinamento di estese periferie a bassa densità: gli ascensori consumano meno delle macchine. Nei centri storici ci si può agevolmente spostare a piedi o in bicicletta e tutto è più facilmente ed economicamente a portata di mano: dalle reti (acqua, elettricità, gas, fognature) ad altri servizi di base. Se più persone condividono tali servizi, l’impatto sul pianeta si riduce. Le città devono combattere lo sprawl e limitare il consumo di territorio, migliorando così sensibilmente la propria qualità della vita.

Mobilità
Camminare, in particolare all’interno di un centro storico, è facile e piacevole. Lo shopping e i trasporti pubblici devono trovarsi a non oltre cinque minuti a piedi, un mix intelligente di trasporti pubblici integrati, biciclette e piedi deve diventare un’alternativa concreta all’uso dei mezzi privati a motore. È più o meno l’esatto contrario di ciò a cui tende l’aquilano medio, il cui sogno è abitare in una casa unifamiliare in qualche punto dello sconfinato territorio comunale (uno dei più estesi d’Italia) con un SUV in garage. Bisogna dunque scoraggiare il possesso dei mezzi privati e investire in un trasporto pubblico affidabile, sicuro ed economico. Se, da una parte, le contenute dimensioni demografiche aquilane giocano a favore, dall'altra la dispersione nel territorio e la relativa assenza di trasporti pubblici, segnatamente su ferro, costituiscono un problema. Il centro va liberato dalle auto e trasformato in una grande ZTL, Zona a Traffico Limitato, con semplici varchi elettronici: deve tornare a essere un'area essenzialmente pedonalizzata, ricca di attività commerciali, culturali e ricreative, in una parola di “vita” nel senso pienamente urbano del termine. Vanno tuttavia garantite alcune aree di parcheggio al suo intorno, in parte già esistenti, collegate ai principali punti nodali del centro con sistemi diversi (scale mobili, tapis roulants, autobus elettrici): non per accogliere altre macchine, quanto piuttosto per liberare strade e piazze da quelle che oggi le ingombrano. Né è da escludere l'adozione della cosiddetta Congestion Tax, una tassa sui veicoli privati che accedono alle aree centrali con la conseguenza di ridurre il traffico e poter investire sulle nuove infrastrutture.

Capacità d'attrazione e consenso sociale
Tutte le città - L’Aquila non fa eccezione - sono oggi chiamate alla sfida della competizione: i loro abitanti, soprattutto i più giovani e qualificati, non sono disposti a continuare a vivere dove sono nati se non ricevono le necessarie gratificazioni al loro impegno e al loro lavoro. Le città hanno il dovere di premiare le capacità di chi vi abita: devono non solo non perdere i loro migliori cittadini, ma attirarne possibilmente altri, innescando un virtuoso meccanismo di crescita. Grande importanza assume poi la questione del consenso sociale. Tutto quanto riguarda infatti la città (e la sua realizzazione fisica, infrastrutturale, edilizia ecc.) viene realizzato, almeno all’interno dei paesi democratici, grazie a una elevata condivisione delle scelte. Quest’ultima si conquista coinvolgendo e ascoltando l’opinione pubblica, sulla scia di esperienze che in passato furono definite di “architettura della partecipazione”. Ma anche predisponendo organismi di controllo in grado di scegliere al di là dei particolarismi locali. Operando cioè con sensibilità, creatività e senso etico, in equilibrio fra partecipazione e decisionismo, senza dimenticare che è talvolta necessario fare scelte magari impopolari ma destinate, al di là dei particolarismi, a pagare nel tempo. La capacità d'attrazione di persone legate ai diversi tipi di lavoro creativo, impegnate cioè nella soluzione di problemi complessi che richiedono indipendenza di giudizio e forte capitale culturale e umano, è un imperativo per lo sviluppo. Si tratta di categorie molto varie, dai musicisti agli ingegneri, dagli attori ai designer, spesso caratterizzate da dinamiche culturali e professionali altrettanto diverse, ma accomunate dal costituire, nel loro insieme, un think tank, una riserva di pensiero per le società in cui operano. Si tratta di un gruppo sociale che tende però a emigrare dai luoghi dov’è difficile trovare riconoscimenti e spazi operativi. L’Italia, nonostante il suo straordinario retaggio e con la possibile eccezione dei suoi due centri maggiori, occupa purtroppo, in questo campo, posizioni preoccupanti rispetto alla maggioranza dei paesi europei, soprattutto rispetto alle tre T teorizzate da Richard Florida: la valorizzazione del Talento, la diffusione delle Tecnologie digitali, la Tolleranza. La prima intesa in senso evidentemente creativo; la seconda in senso prevalentemente informatico; la terza in senso sociale e, specificamente, di apertura alla diversità. L'Aquila, per le qualità architettoniche e urbane del suo centro storico e per quelli dei centri minori vicini, ma anche per la bellezza naturale e paesaggistica del suo straordinario territorio, oltre che per la vicinanza geografica con la capitale e per gli interessi mediatici ed economici portati dal terremoto, sembra oggi avere tutte le carte in regola per giocare e vincere tale sfida. Con un’attenta riprogettazione, la città può tornare a essere la scena interessante e vivace della vita dell’uomo che è sempre stata, e le sue parti storiche possono in più godere del valore aggiunto costituito dal fascino e dalla qualità comunicativa dell’architettura del passato, da un tessuto urbano ricco e vario, chiaramente rammemorabile e sensibilmente diverso dalle parti moderne e contemporanee. Sono proprio tali aree storiche quelle prevalentemente destinate a ospitare funzioni residenziali, lavorative e commerciali, quel mix urbano tanto apprezzato da chi vi abita (soprattutto dai giovani in generale e dagli studenti in particolare), e, con l’apertura agli influssi internazionali, alle nuove mode ecc., anche dai turisti. Una elevata qualità urbana tende a legare i cittadini al luogo: si preferisce guadagnare meno pur di vivere in un ambiente urbano gradito; simmetricamente è necessario offrire di più in termini di remunerazione economica quando un lavoro richiede la permanenza in una città meno desiderabile. La qualità della vita offerta da una città resta di gran lunga il fattore determinante per la sua competitività. Né dobbiamo, infine, dimenticare l’importanza di mantenere l’identità culturale di un luogo e i suoi caratteri architettonici, preservandone la varietà (un obiettivo difficilmente raggiungibile negli interventi di nuova costruzione) e rafforzando l’orgoglio civico (chi vi abita deve essere consapevole di far parte di una comunità profondamente radicata nella storia dei luoghi, come cittadino e non come city-user). Solo se sarà in grado di reagire positivamente a tale situazione, L’Aquila potrà inaugurare una nuova, felice stagione della sua lunga storia urbana. Ritrovando le sue migliori energie, e con l'aiuto dell'intero Paese, essa potrà tornare presto a essere una città profondamente radicata nel suo importante passato, ma anche diventare una città all'avanguardia, sostenibile e aperta al nuovo.

Un programma concreto di lavoro
Una corretta ricostruzione deve puntare su di una propedeutica istruttoria, su seminari che coinvolgano anche i fruitori, su un esteso programma di concorsi, garantendo la massima trasparenza procedurale, per verificare i consensi e promuovere un dibattito prima della definizione dei singoli progetti. I concorsi vanno banditi con procedure diversificate, aperte o chiuse, nazionali o internazionali, a seconda delle specificità dei singoli interventi e della rilevanza e complessità che presentano, e soprattutto portare con certezza alla realizzazione. Fra gli obiettivi principali: il recupero del centro cittadino a luogo residenziale con particolare attenzione alla definizione di nuovi modelli di habitat sostenibili e alla soluzione dei problemi dei gruppi marginali; la riqualificazione degli spazi pubblici; il sostegno al ruolo culturale della città. Città come: programma (ricerche, concorsi, pianificazioni); comunicazione (esposizioni, pubblicazioni, seminari); costruzione (edificazione e sistemazione delle aree d'intervento). Da tale, citata capacità di reazione deriverà, in larga misura, il futuro e la stessa sopravvivenza di L’Aquila. Ci auguriamo, per concludere, che essa sia davvero in grado di riportare il centro storico al ruolo di vero e proprio “deposito di bellezza”. Dopo il terremoto del 1703, L’Aquila risorse più bella e importante di com’era. Possibile che non si riesca a fare altrettanto oggi?

 
Livio Sacchi

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