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Il Sacrario Mancini a Perugia e la Villa Micheli a Ceccano

Architettura di rara bellezza
1 ottobre 2006
Marco Citron
1 aprile 2008
 
Progetto di Hof Studio Associati

Quando si parla dello stato dell'architettura italiana, il pensiero fatica a trovare un'immagine unitaria in grado di identificare un'identità di genere o una continuità storica che possa confrontarsi con le altre realtà europee. L'architettura olandese si è guadagnata notorietà in virtù di un rapido rinnovamento generazionale e di una marcata speri¬mentazione che ha catalizzato l'attenzione delle riviste internazionali; quella francese, che negli anni Ottanta e Novanta ha goduto di partico¬lari attenzioni da parte di uno Stato lungimirante, viene oggi identifica¬ta da un lato con il filone modernista neolecorbuseriano e dall'altro con un'architettura di stampo tecnologico estremamente raffinata e per questo considerata marcatamente europea; quella spagnola, che dagli anni ottanta continua a rinnovarsi di generazione in generazione con estrema coerenza, ha trovato una propria identità e quindi una propria scuola capace di cogliere, reinterpretare e radicare nella dimensione mediterranea i riverberi delle esperienze internazionali. La realtà italiana degli ultimi anni ha visto le più giovani generazioni agguerrite e molto attente al panorama internazionale, ma di questo hanno preso soprattutto la strategia della visibilità, per ottenere la quale, grazie ad un uso talora spregiudicato delle tecnologie informati¬che, hanno pescato liberamente dalla fantasmagorica iconografia del¬l'architettura contemporanea, clonando immagini tratte per lo più da Eisenman, Hadid, Koolhaas, Nouvel, MVRDV, Ito, Eisenman, Asymptote e da tutta la generazione di architetti "nati con il computer". La parti¬colare — quando non esclusiva attenzione —, delle riviste internazio¬nali verso le blob-architetture, le forme piegate, le architetture "chime¬riche", le provocazioni formali iper-tecnologiche, ha incoraggiato i giovani architetti italiani a produrre immagini, più che progetti, utili soprattutto per attrarre l'attenzione e per sentirsi a la page. Il paziente lavoro di composizione, di elaborazione di un linguaggio originale ma radicato in una continuità storica, è sembrato un onere troppo impe¬gnativo ai più e soprattutto di non immediata soddisfazione nel conse-guimento di pubblici riconoscimenti. Nonostante un tale panorama, che potremmo definire dell-architettura ad effetto", esistono in ambito italiano delle presenze capillari, da nord a sud, che portano avanti da anni un'alternativa, più vicina alla tradi¬zione modernista italiana, che solo raramente assurgono ad episodica notorietà in talune circostanze. Si tratta di progettisti che lavorano soprattutto in centri di piccole e medie dimensioni, dal momento che le grandi città sono diventate territorio esclusivo dello star system dell'ar¬chitettura nazionale e internazionale. Poco noti, quando non totalmente sconosciuti agli studenti di architettura, sono i nomi di raffinati proget¬tisti quali Marco Ciarlo, Mauro Galantino, Sergio Pascolo, Werner Tscholl, Beniamino Servino, Marco Navarra, Vincenzo Latina, Emanuele Fidone, Francesco Taormina (solo per citarne alcuni), tutti radicati nel proprio territorio regionale, quando non addirittura provinciale, segno evidente di un'architettura che guarda alle proprie radici e che, spesso, prende vita a fatica, in seguito a un costante e paziente lavoro di inter-mediazione con una committenza che troppo poco guarda alla qualità di quanto — che non è poco — si va a costruire sul territorio. É in questa realtà che si colloca il lavoro dello studio HOF di Paolo Belardi e Alessio Burini, ingegneri votati all'architettura. Con il Sacrario Mancini e la Villa Micheli, le loro più recenti realizzazioni, lo studio HOF porta avanti una ricerca oramai consolidata che da sempre guarda ad un certo tipo di tradizione italiana, filtrata attraverso l'esempio e l'insegna¬mento di Vittorio De Feo, con il quale Paolo Belardi ha collaborato negli anni della sua formazione. Il Sacrario Mancini, dedicato alla memoria di un giovane ufficiale di marina, costituisce l'elemento centrale di un camposanto umanitario realizzato su iniziativa del Comune di Perugia sfruttando un piccolo giardino di risulta ritagliato all'interno del cimitero di Piccione. Il sacra¬rio si pone come elemento simbolico e celebrativo della memoria, una memoria che non è silenziosa e nostalgica bensì sollecitata attraverso cambi costanti di prospettive indotti da rotazioni e da elementi simbo¬lici che incoraggiano la riflessione e quindi una partecipazione attiva. "Recuperando una vocazione peculiare dei cimiteri storici, ormai quasi obliata, il sacrario si propone come hortus conclusus ovvero come luogo di meditazione in cui le componenti naturali, con la propria mute¬volezza ciclica, sono parti integranti in una composizione segnata dalla dislocazione — imposta da ragioni microclimatiche — tra il recinto e l'area sepolcrale e caratterizzata dall'assemblaggio di elementi simbo¬lici (il recinto impetrale, il baldacchino e la croce incombente) desunti idealmente dall'affresco giottesco noto come ll presepe di Greccio" — recita la relazione di progetto. L'ombra della croce sembra segnare lo scorrere delle ore come fosse una meridiana "misurando" allo stesso tempo la qualità della luce che appare trattata come materia progettuale alla stessa stregua dell'into¬naco, della pietra calcarea, dell'arenaria — di cui sono fatti pavimen¬ti e rivestimenti —, della carpenteria metallica — di cui è fatto il bal¬dacchino — e delle pietre colorate che giocano con le diverse condi¬zioni di luce nella griglia geometrica del giardino di pietra.

 

Di diversa natura è il progetto di Villa Micheli. In questo caso si tratta della ricostruzione di un casino di campagna, edificato nel XVIII secolo dalla famiglia Colonna al di sopra di un terrazzamento artificiale dispo¬sto lungo la strada Ceccano-Pofi e crollato per fatiscenza intorno alla fine del XX secolo. Il programma dell'intervento è chiaro e decisamen¬te controcorrente rispetto al tradizionale atteggiamento della cultura conservatrice italiana. Come si legge dalla relazione di progetto —quasi un manifesto ideologico —, Paolo Belardi e Alessio Burini riget tano la riproposizione filologica che vorrebbe far prevalere il "com'era dov'era" mentre salvaguardano le qualità ambientali del contesto natu-rale circostante popolato da imponenti pini mediterranei d'alto fusto. "Il progetto, ispirato all'inclusivismo sperimentato da Piero Bottoni nel caso di villa Muggia a Imola (1936-1938), ha assunto come velarlo il fronte principale, unica struttura originale residua, restaurandolo e configurandolo in guisa di belvedere affacciato verso i monti Ausoni, e ha introdotto un corpo edilizio stereometrico di pari ingombro, ma contrassegnato da un linguaggio espressivo schiettamente contempo-raneo e articolato in due unità residenziali autonome sovrapposte". Sotto al giardino sono stati ricavati i locali tecnici e la cantina, denun¬ciati esternamente da una canna fumaria troncoconica. L'insieme, con la facciata originaria del casino, divenuta maschera e memoria dell'esi-stente, la scala restituita alla sua geometrica essenzialità, il corpo della villa intonacato e tinteggiato accanto a materiali come il rame dell'al¬tana e l'acciaio inox della scala elicoidale e delle canne fumarie, il prospetto retrostante, quasi loosiano nella sua geometrica essenzialità, il tutto, non fa che esaltare il contesto naturale e l'eloquente artificiali¬tà di un'architettura che vuole affermare la propria presenza e la pro¬pria appartenenza al tempo presente, senza compromessi.

 
Fabio Quici

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