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Tall Buildings

Guillermo Vazquez Consuegra
1 settembre 2004
James Joyce, architetto e urbanista
1 settembre 2004
 

Al Museum of Modern Arts di New York

 

Il Museum of Modem Art di New York ha dedicato una recente mostra agli "edifici alti*, Tall Buildings: una classe tipologica appena un po' più inclusiva di quella delle torri, o, per usare un termine oggi un po' in disuso, dei grattacieli. I curatori sono Terence Riley e Guy Nordensen: la preparazione storico-critica del primo, che del MoMA è curatore per l'architettura e il design, e tecnica del secondo sono essenziali nel caso di fabbriche alla cui riuscita tali componenti contribuiscono in parti uguali. Non è comunque la prima volta nella storia del museo: nel 1933, un anno dopo la celebre Modem Architecture: International Exhibition, gli stessi Henry-Russell Hitchcock e Philip Johnson organizzarono Early Modem Architecture, Chicago, 1870-1910, destinata proprio a ricordare gli sviluppi tecnici ed estetici dei primi grattacieli. Lo ricorda Glenn D. Lowry, attuale direttore dei MoMA, nell'introduzione al catalogo delle opere, in un testo che precede la prefazione di Riley e II lungo saggio di Nordensen. Quest'ultimo, in particolare, costituisce una sorta di asistematico excursus attraverso la storia degli edifici alti che ci consente, fra l'altro. di comprendere il ruolo giocato dagli ingegneri e dalla loro creativa interazione con gli architetti. Venticinque gli esempi selezionati: alcuni realizzati, altri solo progettati ma in via di realizzazione, altri ancora destinati a restare invece sulla carta. Curiosamente, in un contesto che non sembra dare particolare importanza all'altezza degli edifici, essi appaiono proprio in ordine d'altezza, dal più basso (l'edificio Manantiales a Santiago in Cile, 57 m, quasi un palanone) al più alto (7 South Dearbom a Chicago, 610m, quasi un'antenna). Dal punto di vista geografico. la selezione operata include, abbastanza prevedibilmente, toni americane (10), di cui soltanto due del centro o del sud del continente; nord-europee (8); asiatiche (7). Negli Stati Uniti protagonista è New York - dove in fondo si trova il MoMA - con sette toni. L'Europa è presente con Berlino, Londra, Malmo, Parigi e Vienna. L'Asia soltanto con il cosiddetto Far East (Beijing, Hong Kong e Shanghai in Cina, Tokyo e Seoul); assenti Taiwan e Kuala Lumpur, dove pure sono oggi le torri effettivamente più alte del mondo; altrettanto vale per il Medio-Oriente (dove, a Dubai, è in costruzione un altissimo edificio di SOM). Dal punto di vista cronologico si va dal 1988 (anno d'inizio della progettazione della torre di Arata lsozaki sopra la stazione di Ueno, a Tokyo) a oggi: appare evidente la volontà di sottolineare l'importanza e l'attualità del progetto giapponese. peraltro mai costruito; è anche il caso della Max Reinhardt Haus di Peter Eisenman a Berlino, geniale ipotesi del 1992, senza la quale non sarebbe forse stato possibile giungere a soluzioni come quella, anch'essa in mostra, proposta da Koolhaas a Beijing per la CON, Central Chinese Television. L'unico architetto italiano presente è Piano ("Renzo Il Magnifico", come viene ormai chiamato negli Stati Uniti), con la London Bridge Tower a Londra e il New York Times Headquarters a New York, entrambi in costruzione. Fra gli europei sono anche architetti quali Hans Hollein, Rem Koolhaas, Nonnan Foster e Richard Rogers; ingegneri-architetti quali Santiago Calatrava; consulenti per le strutture quale Ove Arup & Partners. Fra gli americani, i newyorkesi sono di gran lunga i più rappresentati: Henry Cobb di Pei Cobb Freed & Partners, Steven Holl, Kohn Pedersen Fox, Richard Meier, Peter Eisenman, Charles Gwathmey. Chicago è rappresentata da SOM e, al suo interno, da Adrian Smith oltre che dagli struttutisti William Baker e Stanton Korista. Fra i californiani c'è soltanto Getty, con il progetto per il New York Times portato peraltro avanti con David Childs/SOM. Né mancano alcuni architetti e ingegneri asiatici. Il tema è di grande attualità. Lo testimoniano i molti, recenti libri sull'argomento. Ed è anche un tema sul quale, dall'Il settembre in poi, si sono addensate molte polemiche.

 

Diciamo subito che tale tipologia è chiaramente frutto del capitalismo nord-americano. Deriva infatti da un'operazione additiva. tipicamente capitalistica: moltiplicare all'infinito la superficie - e quindi il valore -dei suoli nei centri urbani. Chicago e New York sono le città dove essa nasce nell'ultima parte del XIX secolo e dove prevalentemente si sviluppa. È tuttavia ingenuo ritenere che la sua diffusione sia limitata a questo o a quell'ambito geografico e culturale: i grattacieli sono oggi dovunque vi siano abbastanza soldi per poterti realizzare, in tutti i continenti. Se vale dunque il generico legame con il capitalismo, è da tempo saltato quello con l'Occidente nord-americano: fra i paesi dove essi sono più alti, spiccano quelli post-comunisti e quelli islamici, sia pur limitatamente ai ricchi produttori di petrolio, dagli Emirati alla Malesia. L'Italia, dove ce ne sono pochissimi, costituisce forse una delle poche, significative eccezioni. All'intento di tale ambito tipologico. altrettanto evidentemente, compaiono alcuni dei principali problemi sui quali si gioca il futuro dell'architettura contemporanea: il rapporto fra architettura e città, fra singolo edificio e contesto urbano e territoriale; la tecnologia; la sostenibilità; la sicurezza. Ma le toni sono sempre state e continuano a essere soprattutto dei formidabili attrattori dell'attenzione di critica e pubblico: la sperimentazione a esse collegata non è soltanto tecnologica, ma anche propriamente linguistica. L'11 settembre ha costituito un momento cruciale di tale vicenda storica. Le altissime torri realizzate nel 1973 da Minoru Yamasaki e dagli ingegneri John Skilling e Leslie Robertson costituirono un modello al quale si continuò a guardare con sistematicità per almeno quindici anni. I due colossali gemelli, sullo sfondo dello skyline urbano, oltre a rappresentare un forte orientamento visivo per l'intera Lower Manhattan, costituivano anche un segno potente e inquietante nella loro meccanica, reiterata duplicità: un grande pezzo di scultura minimaL Ma il clima culturale post-modernone mise in crisi il rapporto con il tessuto urbano e con la vita dell'uomo alla quota stradale (che era, in realtà, un non-rapporto) e la stessa, eccessiva altezza. Cosi, a distanza di poco meno di trenta anni dalla loro inaugurazione, il World Trade Center appariva ai più come il relitto di un passato architettonico scomodo e ingombrante, che poco aveva dell'epica grandiosità dei primi grattacieli (per intenderci. di quella fortunata stagione newyorkese che, partendo dal Woolworth e passando per il Chrysler e l'Empire State Building, giunge al Rockefeller Center per culminare con la Lever House e il Seagram). Intanto, nel corso degli ultimi venti anni del XX secolo, si sarebbe prodotta una interessante stagione di nuovi grattacieli, tutti significativamente fuori da Chicago e da New York. Riley, nella sua prefazione, cita quattro esempi di seminale importanza: due di Norman Foster e Ove Arup & Partners (la Hong Kong and Shanghai Bank a Hong Kong e la Commerzbank a Francoforte): la Tour sans Fin a Parigi, irrealizzato progetto di Jean Nouvel e degli stessi Ove Arup & Partners: la sede della Bank of China, ancora a Hong Kong, di I.M. Pei e Leslie Robertson, uno dei due strutturisti del Wodd Trade Center. Queste toni avrebbero a loro volta generato esempi talmente diversi da quelli consolidati da far pensare a una vera e propria mutazione tipologica, che, lungi dal dar l'impressione di una classe in via di estinzione, appare anzi carica di straordinari segnali per il futuro. L'11 settembre, che tanto ha cambiato nell'ordine mondiale delle cose, costrinse, fra l'altro, a interrogarsi seriamente sulle scelte strutturali e sui sistemi di sicurezza adottati. Per alcuni emersero altri fantasmi: veniva forse punita la babelica arroganza di edifici intollerabilmente alti usque ad coelum? Molti, anche nel nostro paese, pensarono comunque che non ne sarebbero stati più costruiti e che, in fondo, sarebbe stato meglio cosi. Le cose sarebbero comunque andate diversamente. Tall Buildings ci offre l'occasione per riflettere su tutto ciò e provare a comprendere quanto sta accadendo in un momento di così straordinaria accelerazione. Gli esempi proposti dalla mostra sono. come s'è detto, molti: troppi per analizzarli tutti. Ci limitiamo dunque a passarne in rassegna soltanto alcuni, rimandando al catalogo per i necessari approfondimenti. Fra i molti partecipanti al concorso per il master plan del nuovo World Trade Center, la mostra ne propone solo tre, nessuno dei quali è risultato vincitore: quello del super-gruppo newyorkese composto da Richard Meier, Peter Eisenman, Charles Gwathmey e Steven Holl; quello dei cosiddetti United Architects (di cui fanno parte, fra gli altri, Ben van Berkel e Caroline Bos. Greg Lynn, Foreign Office, Reiser Umemoto), fra i più giovani, all'interno di ambito in cui, prevedibilmente, I giovani sono poco presenti: quello di Norman Foster. Quest'ultima proposta è la più prossima all'originario schema delle vecchie torri gemelle: si tratta infatti di due torri a geometria variabile, che, toccandosi in alcuni punti, collaborano reciprocamente alla propria stabilità e sicurezza. Quella di United Architects è piuttosto simile a un affollato groviglio di torri (in realtà sono soltanto cinque): ma l'immagine funziona bene nello skyline urbano ed è vertiginosamente inquietante del basso, come testimonia l'enorme modello realizzato nello studio di Greg Lynn.

 

. Qualche riflessione supplementare richiederebbe invece la proposta degli architetti newyorkesi: goffa e sgraziata a prima vista, e come tale liquidata da molti critici, la soluzione elaborata allo studio di Meier si rivela nel tempo, con i suoi due edifici ortogonali fra loro generati da un'astratta matrice di pieni e vuoti, fra le più interessanti e innovative in concorso. Intanto, la ricostruzione di Lower Manhattan va avanti: Larry Silverstein, unico intestatario del Mese delle aree (che sono poi di proprietà di New York and New Jersey Port Authority), ha affidato com'è noto il controllo dell'intera operazione a David Childs/SOM, il quale sta procedendo rapidamente, più o meno in sintonia con le indicazioni emerse dal master pian elaborato da Daniel Libeskind. vincitore del concorso. Ma la mostra non ha, evidentemente, fra i suoi obiettivi quello di fare il punto sulla vicenda di Lower Manhattan né sugli stati d'avanzamento del cantiere a Ground Zero. Fra gli esempi più interessanti proposti sono invece i progetti di Jean Nouvel e Steven Holl a New York e di Rem Koolhaas a Beijing e Seoul. Il primo è una torre residenziale per il cosiddetto Meat Packing District nel West Side di Manhattan, una di quelle zone in rapida trasformazione che, dopo un opaco passato industriale. sono oggi prese d'assalto da negozi alla moda, gallerie d'arte, alberghi firmati e, di conseguenza, da un nuovo tipo di residenti. Nouvel propone un edificio piccolo e alto, dal profilo sdentato e dalle finestrature irregolari, collegato da ponti piranesiani a un corpo di fabbrica minore. L'enfasi data a due piacevoli aree verdi sottolinea la possibilità, propria delle toni, di liberare utilmente spazi pubblici o semipubblici alla loro base. I panorami verso la città e il fiume Hudson sono valorizzati da bucature la cui altezza, rispetto all'occhio dell'osservatore, varia al variare dei diversi livelli, oltre che da specchi che consentono d'inquadrare brani di cielo, d'acqua o di città anche senza affacciarsi: la torre diventa una sorta di machine à observer, un astratto e interattivo "periscopio" metropolitano. La proposta di Steven Holl riguarda invece l'angolo nord-est fra Fifth Avenue e 42nd Street: la torre è cosi posta sulla diagonale che, dall'altra parte dell'incrocio, intercetta la New York Public Library di McKim, Mead & White e Bryant Park. L'impianto dell'edificio si apre "a libro" verso il suo illustre vicino, determinando alcuni preziosi spazi pubblici a livello stradale, al nono e al trentaseiesimo piano (l'ultimo). Qui è posta uno sferico Sky Space progettato dall'artista James Tutrell. Gran parte dell'involucro è dotato di pannelli fotovoltaici che garantiscono una "naturale" luminescenza notturna. Il modulo-base del curtain wall è proporzionato sulle dimensioni classiche del corpo umano. Molto diverse fra loro, infine, le due proposte di Koolhaas, entrambe sviluppate in collaborazione con Cecil Balmond di Ove Arup & Partners. La prima è la citata sede della CC1V a Beijing, la cui costruzione, prevista per il 2008, sembra tuttavia incontrare alcune difficoltà. Una geometria sostanzialmente rinnovata rispetto a quella dl una torre tradizionale e che, come s'è anticipato, molto deve alla Max Reinhardt Haus di Eisenman; ma anche di una parte significativa di un recente, fecondo percorso di ricerca che ha portato alla realizzazione di edifici radicalmente innovativi quali, per esempio, la biblioteca di Seattle. Si tratta infatti di una struttura a tubo che si piega sei volte, come una scultura di Isamu Noguchi o Tony Smith; la parte resistente coincide con la "pelle" dell'edificio. Le diagonali strutturali, in prima approssimazione regolari, sono poi state modificate a seconda delle effettive sollecitazioni, fino ad arrivare alla configurazione definitiva, discontinua e imprevedibilmente deformata. L'immagine che ne deriva è quella di un ambiguo mutante dell'era digitale, un colosso di 234m dalle geometrie instabili e difficilmente definibili, tuttavia positivamente interattive rispetto al tormentato contesto urbano. Altrettanto interessante e innovativa è la seconda proposta, Togok (XL Towers): un progetto redatto fra il 1996 e il 2002 per la periferia di Seoul. Le date sono importanti: perché l'idea (sei edifici di altezza e forma diversa - il più alto raggiunge i 440 m - che partono da un'unica piattaforma, supportandosi e integrandosi a vicenda) sembra chiaramente alla base della citata proposta di un altro olandese, Ben van Berkel - all'interno del gruppo United Architects -, proprio per il World Trade Center.

 
Livio Sacchi

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