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Tre editori per un progetto culturale 1978-2010

DW5 / Bernard Khoury
25 giugno 2018
Jil Sanders a Francoforte
25 giugno 2018
 

Per approfondire la storia della collana Universale di architettura fondata da Bruno Zevi.

In questo scritto vorrei trattare specificatamente della Universale di architettura (2) fondata e diretta da Bruno Zevi e in particolare della Sezione “Gli Architetti” e naturalmente mi atterrò al tema, anche se con qualche dettaglio che deriva dalla mia personale vicenda. Zevi impersonava una delle caratteristiche storicamente associate all’intellettuale italiano: il nesso cultura-politica che dal Risorgimento alla Resistenza, dalla Ricostruzione al Sessantotto ci caratterizza. Per Zevi l’azione culturale era una azione di orientamento il cui naturale campo di riferimento era la politica. Membro di Giustizia e Libertà, attivo contro la Legge truffa, deputato e presidente del Partito Radicale e ri-fondatore del Partito d’Azione nel 1998, Zevi viveva il nesso politica cultura come indissolubile. In un recente intervento ad un convegno (3), il senatore Emanuele Macaluso ha affrontato solo questo tema: il male fondamentale dell’Italia di questi anni è la rottura del legame cultura-politica. La politica rischia di diventare solo mercanteggiare senza direzione e orientamento e la cultura, accademismo erudito. A 18 anni dalla scomparsa di Zevi ricordare questo aspetto è fondamentale. Ed è un aspetto per capire anche il nostro tema: l’Universale di architettura era infatti una collana di tascabili (che Zevi voleva diventasse un settimanale)(4). Era uno strumento pensato per orientare profondamente la cultura architettonica che a sua volta doveva incidere attraverso un impegno anche politico, come Zevi praticava in prima persona. Mi piacerebbe ricordare i dati fondamentali della rilevanza storica della figura di Zevi nella cultura italiana evitando ogni aspetto personale, come cercai di fare in molti interventi dopo la sua scomparsa (5), ma per trattare dell’Universale di architettura non potrò farlo perché proprio nella vicenda dell’Universale sono stato molto vicino alla sua attività per la promozione e la diffusione della cultura dell’architettura e in particolare dirigevo con Zevi una sezione della collana. (6)


I principi dell’Universale di architettura

Verso la fine del 1977, il professor Zevi arrivò in aula annunciando una sua nuova creazione: l’Universale di architettura! L’idea si basava su una serie di idee interconnesse che trovavano in quell’atto di fondazione un coagulo. Secondo me i principi fondamentali erano quattro:
1. il nesso (7)- cui abbiamo già fatto cenno - tra azione di “politica culturale” e quella di “politica civile”. Zevi anche in poche righe di autoritratto ricordava sempre “membro di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione” . Senza cultura non c’è direzione all’azione politica (e viceversa).
2. L’interesse per la divulgazione culturale di alto livello (come per esempio era stato il libro Saper vedere L’Architettura - Einaudi 1948 poi tradotto in molte lingue - oppure i suoi libri dell’immediato dopoguerra per la serie dei tascabili del Il Balcone su cui torneremo, o la creazione di Teleroma 56 a cominciare dal 1976 al tempo delle radio e delle televisioni libere).
3. La sua fermissima convinzione che il linguaggio moderno - come lo aveva descritto nel 1973 (8) - fosse la base su cui discernere la buona architettura.
4. L’idea che si potessero identificare i movimenti propulsivi tanto del passato che nel contemporaneo. “Solo attraverso la moderna critica storica si può dimostrare che Michelangelo e Borromini hanno da offrire più di Gropius o Aalto perché, nel loro contesto linguistico, furono più coraggiosi e inventivi” scrisse. (9)

Questi principi trovarono tutti applicazione nella Universale di architettura, ma per capire meglio alcuni aspetti della collana è bene partire da un antefatto. Nell’immediato dopoguerra il fronte degli architetti moderni milanesi e il fronte romano capeggiato da Zevi non erano affatto distanti come divennero successivamente. Collante era naturalmente il generale clima post bellico e la presenza di Giuseppe Samonà con la scuola di Venezia. Nello Iuav confluivano infatti architetti milanesi e romani che avevano a Venezia continui incontri e occasioni di collaborazione. Sempre in quegli anni Zevi aveva un ruolo chiave nella rivista “Metron”, in cui gli architetti milanesi erano a volte ospitati, e gli architetti milanesi, in particolare i BBPR avevano creato la serie dei libri “Architetti del Movimento Moderno” editi da Il Balcone. (10) Si trattava di dei tascabili ante litteram. Erano volumetti di 154 pagine, con un saggio introduttivo che ne occupava un terzo e con delle tavole di immagini fuori testo. I saggi erano scritti da giovani di grande valore, per esempio Mario Labò su Terragni, Giancarlo De Carlo su William Morris e da Roma Carlo Melograni su Giuseppe Pagano. Zevi aveva vissuto l’esperienza dei tascabili de Il Balcone con particolare intensità. Firmò ben tre volumi (su Wright nel 1947, su Asplund nel 1948 su Neutra nel 1954). Avere nelle mani il libretto su Wright nel 1947, doveva cambiare la vita ad uno studente: magari mandarlo in America come è stato per Giancarlo Guarda (che me ne regalò diversi) e prima di lui per Gino Valle o dopo per Luigi Pellegrin. L’impatto dei libri nel piccolo mondo della pubblicistica di architettura era enorme. Non voglio esagerare, ma erano dei piccoli “manifesti”, servivano a modificare, a indirizzare, a orientare.


La prima Universale di architettura 1978-1985

Quando, come dicevamo, alla metà del 1977 Bruno Zevi anticipò ai partecipanti dei suoi “Seminari di critica operativa” la nascita di una nuova collana di tascabili chiamata Universale di architettura, l’idea del Balcone era quindi rinata, ma si era anche molto ampliata. Nei tascabili ora non ci dovevano essere ora solo monografie di architetti, ma anche libri rivolti a esperienze architettoniche del passato, antologie, alcune riedizioni, saggi polemici, ”monografie su monumenti, artisti, città, territori, problemi teorici, aspetti del design”. (11) Ricordo i primi autori che vennero nell’aula B a Valle Giulia a parlarne con il grandissimo Zevi e con noi studenti. Una volta si discuteva del libro su Fourier, una volta di Gramsci, una volta di Erskine o di Piano e del Pompidou che si era appena realizzato. (12) A volte duro con gli assistenti e tranciante con gli studenti, Zevi era allo stesso tempo aperto e curioso. Dava la parola volentieri, dialogava, ma non sopportava banalità e a volte si infuriava (una bellezza questo suo infuriarsi e a ripensarci oggi lo capisco: erano stati toccati dei principi intoccabili). Molti di noi studenti erano comunisti, credevamo nell’impegno nell’architettura come riscossa sociale. Giuseppe Pagano, il direttore di “Casabella” negli anni Trenta, fascista di sinistra e poi antifascista e martire a Mauthausen, impersonava questi valori. Pagano perseguiva un linguaggio scabro sino all’essenziale, propugnava l’orgogliosa modestia e non era certo un campione delle Sette Invarianti, però Zevi era legato a Pagano: era uno dei tre personaggi italiani da salvare nella sua Storia dell’architettura moderna (Einaudi 1950). Ci ricordava quando da studente liceale visitava con entusiasmo il cantiere della Facoltà di Fisica alla Città universitaria e si entusiasmava per la pensilina che “mordeva l’angolo”, mi pare dicesse. Insomma pur se era una presenza moderata dentro il mondo dei riferimenti di Zevi, Giuseppe Pagano (e quindi il giovane Saggio che visse sempre più intensamente una grande passione per Pagano) poteva starci. Tra l’altro Carlo Melograni, il professore relatore della tesi in progettazione, aveva scritto come abbiamo ricordato un libro su Pagano e anche Filiberto Menna era interessato a Pagano sul fronte della ricerca antropologica sulla campagna italiana. Congedandomi con lode dopo tre anni di assidua frequentazione e 200 cartelle, Zevi disse: “Allora lo pubblichiamo?” Era il 1979 e ci misi cinque anni, ma era il mio ingresso ufficiale nella Universale di architettura. (13) Ero riuscito a pubblicare il mio libro all’età di 29 anni, nel 1985 tornai dagli Stati Uniti e subito dopo l’Universale di architettura terminò le sue pubblicazioni con l’editore Dedalo e 73 volumi, curati come redattrice da Silvia Massotti. La nascita di questo mio primo contributo dentro l’Universale di architettura rivela una caratteristica che poi divenne sempre più forte negli anni a venire nel rapporto tra Bruno Zevi e chi scrive. Molti anni dopo il 21 maggio del 1996, Zevi mi scrisse: “Lei dice che io ‘lo alleno”. E’ vero. Se scappo con fanciulla discinta, dovrò essere sostituito nella direzione della collana. E lei e’ uno dei papabili eredi. E’ quindi utile che lei impari con quale rigore bisogna dirigere una collana. Se si procede solo con l’umore, come lei ora tende a fare, bisogna correggersi”. Zevi era di una forza immensa, e propugnava le proprie idee con una veemenza assoluta, ma era interessato ad una ipotesi di avanzamento e ad un lavoro di cambiamento, come vedremo. Chiusa l’Universale di architettura con l’editore Dedalo, pensavo definitivamente,“L’Architettura cronache e storia” cominciò a pubblicare dei saggi su Terragni. Contemporaneamente avevo una corrispondenza sempre più intensa con il professor Zevi su un vasto numero di argomenti, che in particolare riguardavano i miei studi e la stessa azione intellettuale e culturale di Zevi che avevo indagata in due scritti su “Domus” n. 761 e 771. Sospinto dagli articoli su “L’Architettura” sul “Journal of Architectural Education” e molto dalle affermazioni di stima di Zevi (14), fu pubblicato Giuseppe Terragni vita e opere edito da Laterza nel 1995. Zevi scrisse una importante lettera, in questo contesto estremamente significativa della sua personalità, visto che era autore di un libro su Terragni con la Zanichelli e di due numeri monografici della sua rivista e aveva pensato a un libro sin dagli anni Cinquanta: ”Carissimo Saggio, ho appena consegnato a L’Espresso una entusiastica segnalazione del tuo Terragni. Ma non posso fare a meno di scriverti, sperando che questo biglietto ti raggiunga in lande remote. Insomma è veramente un ottimo libro, e ti esprimo le mie più sincere congratulazioni, Torna presto, un affettuoso saluto Bruno Zevi” (17 ottobre 1995). Il “torna presto”, in questa vicenda è fondamentale. Mi aveva anticipato infatti il 25 agosto 1995 una vera bomba: “Ricomincia l’Universale di architettura. Lei che fa?”


La rinascita dell’Universale di architettura 1996-1999

Era accaduto che un piccolo editore di Torino, la Testo&Immagine chiese a Zevi una prefazione per un libro sui Sassi di Matera. Zevi rilanciò. Prese i volumi della Universale di architettura e disse: “È questo che voglio rifare!” sparpagliando i volumi di Dedalo sul tavolo. L’editore ne fu molto colpito, ma coraggiosamente accettò l’idea. (15) La nuova Universale di architettura era stampata dalla piccola, ma efficiente casa editrice Testo&Immagine di Torino con una redazione diretta dal dr. Roberto Marro ed una redazione romana in uno studio di via Nomentana 150 diretta dall’architetto Maria Spina, cara e fondamentale amica. L’editore era l’ing. Vittorio Viggiano con cui sviluppammo rapporti progressivamente più personali e cordiali. Una capillare distribuzione in edicola, a colori e relativamente economica (costava 12mila lire, poco più di un fascicolo di una rivista), la collana era veramente ciò che Zevi desiderava: la Universale di architettura con la Testo&Immagine segnava una nuova centralità delle sue idee, incideva nel dibattito e nella cultura attraverso grandi numeri - i primi volumi avevano una tiratura di circa 15mila copie - e Zevi si trovava nuovamente in una fitta rete di relazioni con autori e collaboratori: abbiamo vinto diceva, anche riferendosi al successo dell’architettura nel mondo sulla scia della Mostra del decostruttivismo a New York. Sulla spinta del successo della collana, Zevi organizzò nel settembre del 1997 il suo ultimo convegno con un annesso concorso di idee: “Paesaggistica e grado zero dell’architettura” a Modena (cfr. “L’Architettura cronache e storia” nn. 503-506). Partecipai attivamente e non mi dilungo su questo, ma ricordo che notai che i tascabili della Universale di architettura erano a molti tra i convenuti familiari e apprezzati. La collana era ora divisa formalmente in diverse sezioni, ciascuna contrassegnata da un diverso colore. Quella prevalente per ruolo e per numero di libri era naturalmente “Gli Architetti” dedicata alle monografie in particolare di personalità contemporanee, ma non solo, seguiva la sezione “i Capolavori” e poi le sezione “Scritti”, “Guide”, “Grandi eventi”, “Varia” che si alternavano in uscita ogni due settimane in una prima fase e poi in quattro volumi al mese. Risposi all’invito “lei che fa?” con il mio secondo libro per l’Universale Peter Eisenman Trivellazioni nel futuro che uscì nel giugno del 1996, settimo volume della nuova collana. (16) L’Universale di architettura cominciava a segnare dal 1996 una presenza editoriale alternativa, ma di notevole impatto. Il mondo editoriale era caratterizzato dalla presenza dominante della casa editrice Electa e dal rapporto stretto tra le collane editoriali e le riviste di architettura “Casabella”, “Lotus”, “Rassegna” dello stesso gruppo editoriale. Naturalmente esistevano altre realtà come la casa editrice Laterza, era ancora in buona navigazione la Zanichelli che pubblicava delle monografie di architetti - di nuovo con tre libri di Zevi su Mendelsohn, su Terragni e su Wright - e ancora altre realtà editoriali, ma certamente l’arrivo della serie di tascabili di Zevi suscitò grandi entusiasmi e caratterizzò una fase dinamica di apertura e di rinnovamento. Tra l’altro Zevi ebbe modo di far pubblicare libri su personalità di cui non esistevano lavori monografici al tempo. Sembra incredibile ma un caso fu Caccia Dominioni, un altro Lina Bo Bardi, ma molti altri libri erano di autori riscoperti come Mollino e su contemporanei come Birkerts, Ciriani, Behnisch e Fuksas in quel anni completamente all’indice. Poco dopo l’uscita del libro su Eisenman, nella nostra sempre intensa corrispondenza, ipotizzai altri titoli monografici tra cui Frank Gehry. Avevo fatto Pagano, poi Eisenman, adesso Gehry? Zevi mi scrisse il 5 luglio 1996 “Carissimo Saggio, dopo lunga e tormentata meditazione, abbiamo deciso di affidare a lei Frank O. Gehry. Nessun architetto ha ottenuto pari fiducia.” Per il libro di Gehry pensai ad una struttura ancora diversa dai due libri precedenti. Scartai l’idea di leggere l’architettura di Gehry attraverso la nozione di linguaggio, anche se le invarianti del Linguaggio moderno vi aderiscono come poche, ma creai una struttura basata su dei verbi-azioni. Erano assemblare, spaziare, innestare, fondere, slanciare. Ogni verbo illustrava un concetto formativo prevalente di un gruppo di opere e diventava il catalizzatore di una serie di scelte che intrecciavano le opere concrete all’evolversi della ricerca architettonica di quegli anni, e del ruolo spesso anticipatore di Gehry. I verbi-azioni volevano essere strumento di interpretazione quanto di azione concreta per un lettore architetto, quasi a prescindere dal linguaggio, anzi il linguaggio ne era una conseguenza. Erano le sostanze che quei verbi intercettavano il centro: sostanze spaziali, planimetriche, economiche urbanistiche eccetera. Non affrontammo mai nella corrispondenza la diversità che il mio libro presentava, né tanto meno l’allontanamento dalle invarianti e dal linguaggio moderno come chiave interpretativa, ma ad entrambi era chiaro il significato metodologico. Non si mette a frutto il lavoro del proprio maestro riproponendone pedissequamente le idee, né gli strumenti. Se ne creano di nuovi. Mi piacerebbe dilungarmi su questa questione, ma qui è sufficiente enunciarla. E quanto seguì ne è la riprova. Pochi mesi dopo la pubblicazioni del libro su Gehry parti la vicenda de “La Rivoluzione informatica” dentro l’Universale di architettura. Non mi posso dilungare ora senza appesantire troppo la lettura (17), ma spero di farlo in altra occasione. In una parola, su invito dell’editore che mi propose la direzione di una nuova collana, elaborai l’idea di fondare invece una sezione dell’Universale su un argomento nuovo e necessario. Zevi accettò e insieme arrivammo, dopo un entusiasmante ping pong via fax appunto al titolo “La Rivoluzione Informatica” in Architettura. Sono tra i pochi studiosi che ebbe l’onore di condividere il proprio nome in copertina con Zevi, e per ben sei volumi. Quando gli raccontavo i libri che intendevo produrre nella collana, mi scriveva sempre (con varianti, spiritose come in questo caso) lo stesso concetto: “Ambedue i titoli mi sembrano ottimi. Quindi, si proceda. Del resto, in materia, tu sei molto più competente di me. Io sono un seguace annuente.” (15 marzo 1999) E procedemmo con forza. Più di un aspetto dei nostri rapporti si erano rafforzati attraverso l’Universale di architettura: dal 1976 al 1999 avevo compiuto passi di crescente rilevanza, visibilità e responsabilità. In particolare La Rivoluzione Informatica testimonia una limpidezza reciproca di cui sono fiero, anche quando la collana divenne, con lui ancora in vita, l’unica ad essere tradotta in inglese.


L’Universale di architettura dopo Zevi

In pieno lavoro su molti fronti, Il 9 gennaio del 2000 Bruno Zevi mori all’improvviso lasciando i lettori, gli amici, i familiari e naturalmente i suoi stretti collaboratori affranti e in piena crisi. La direzione della rivista “L’Architettura cronache e storia”, fu assunta quale decisione della proprietà da un non architetto, Furio Colombo. La collana invece era di proprietà dell’Editore Testo&Immagine e Vittorio Viggiano dopo un paio di mesi di incontri e ipotesi mi affidò la collana delle monografie “Gli Architetti” che oltre alla continuazione della Rivoluzione informatica mi faceva coprire una quota ampia di pubblicazioni della intera collana, mentre le altre sezioni erano affidate a architetti vicini a Zevi o che avevano scritto dei testi in collana. Allo stesso tempo nacque una nuova articolazione “Spazi arte” e “Design” diretta da Adachiara Zevi e un comitato di redazione che si riuniva periodicamente. Scrissi il mio programma editoriale per “Gli Architetti”, che riassumeva la mia esperienza di autore nell’Universale di architettura. (18) Firmai in totale 31 libri de “Gli Architetti”, di cui 7 già prescelti da Zevi. Nella scelta dei nuovi architetti oggetti delle monografie mi detti il principio di pubblicare architetti che Zevi aveva citato o pubblicato nella rivista o nei suoi libri, e che mi apparivano necessari. Cominciai a invitare a scrivere monografie sui membri del Team X e nacquero i libri su De Carlo, su Van Eyck, su Coderch, avevo programmato un libro su Pancho Guedes che mai vide la luce. Poi naturalmente su Soleri poi Costant (che era tra quelli già programmati da Zevi come quelli su Cosenza e su Sacripanti). Alcuni libri erano redatti da giovani autori ed erano seguiti e pensati passo passo - come quello su Ricci, altri da autori prolifici e maturi come quello su Musmeci di Nicoletti, su Tschumi di Costanzo, su Cattaneo di Mariani Travi. Alcuni autori come Marotta o Galofaro erano autori anche nella Rivoluzione Informatica. Credo che, oltre alla scelta di titolo e autore, la cosa importante fu cercare di trasmettere la struttura che ritenevo più valida: l’eliminazione delle note a piè pagine per il “Per Approfondire”, una struttura unitaria che caratterizzava l’intero libro, una scrittura piana ma densa, una corrispondenza attenta tra i punti analizzati del testo e le immagini. La collana Universale di architettura nel 2004 terminò le sue pubblicazioni con la Testo&immagine (con la produzione di 160 Libri in totale) e continuò con la Marsilio del gruppo RCS dal 2005. Sembrava l’occasione di un rilancio ma si realizzarono solo 24 volumi quasi tutti de “Gli Architetti” perché la Rivoluzione Informatica trasmigrò come collana autonoma presso Edilstampa e continuò in inglese per un anno con Birkhäuser. Curai altri dodici volumi, con alcune scoperte come Predock o Kada e anticipazioni significative come Saana o Morphosis. L’ultimo fu pubblicato nel 2010 su Toyo Ito. Purtroppo questa nuova edizione Marsilio non arrivò mai in edicola e si spense progressivamente quella possibilità di influenzare la cultura architettonica secondo l’impostazione culturale che Zevi aveva fondata. In edicola escono periodicamente dei volumi con belle fotografie di architettura e un breve saggio introduttivo: l’esperienza della Universale di Architettura è ormai lontana, anche se devo dire c’è chi ha nostalgia della Universale di architettura Testo&Immagine. Comprava un tascabile in edicola, lo leggeva avidamente e sapeva chi era Behnisch o Mollino o Lina Bo Bardi, e magari partiva per il Brasile.


Due punti e mezzo per continuare

Vorrei in conclusione riprendere due punti della premessa. Il primo riguarda il ruolo della divulgazione culturale. Credo che la vicenda della Universale di architettura dimostri - sin dal titolo - un substrato illuminista, enciclopedico vorrei dire, di Zevi. Vi era anche la consapevolezza del ruolo di progresso che la divulgazione culturale doveva giocare. Allo stesso tempo la cultura evolve e si deve aprire al nuovo. Zevi dimostrò grande lungimiranza e una aperta curiosità intellettuale, anche verso settori a lui non conosciuti ma di cui si comprende la rilevanza. Il caso de La Rivoluzione Informatica in architettura ne è la controprova, ma naturalmente la Universale di architettura è costellata di esempi. Il secondo punto riguarda la centralità che Zevi attribuiva al linguaggio moderno. Il contributo del mio lavoro nella Universale di architettura spostava questa centralità. Esperienze diverse, un momento diverso, l’essere un progettista e soprattutto un docente vicino al farsi concreto del progetto mi aveva spinto a non ragionare primariamente attraverso le categorie del linguaggio, ma attraverso la ricerca di altri concetti, altre sostanze, altre strutture. Una volta anticipai apertamente a Zevi questa differenza e questo modo di ragionare, presentandogli i miei principi. Mi rispose: “27 marzo 1999 Nino Saggio - R O M A - Caro Nino, ho avuto eco della tua conferenza all’In/arch. Molto positive. Mi dispiace di non aver partecipato. Ma voglio fare il presidente onorario soft. I tuoi sette concetti sono forse cinque: vibrazione e fluidità possono essere unificati assorbendo persino interconnessioni dinamiche, che non ne sono una conseguenza ma una causa. A ripensarci, estrometterei anche Imprinting. Restano: architettura terapeutica, fluidità, urbanscape, spazio come sistema. Mi pare ottimo, un trampolino di lancio da cui nascono altre cose. Mentre le sette, volendo includere tutto, rischiano di stabilizzare. Certo che io ero la’. Come te, sempre presente a quel che faccio. Stanchezza fisica. E’ stagionale. Ne soffro anch’io, ma credo sia benefica. Con affetto Bruno Zevi”.

 
Note

1. Bruno Zevi a AS., Lettera del 24 febbraio 1999 in Archivio Saggio come tutti i brevi estratti dalla corrispondenza riportati in questo scritto. “È disponibile dal settembre 2006 l’inventario analitico dell’archivio, attraverso il quale è possibile accedere anche all’archivio epistolare che raccoglie la corrispondenza tra Bruno Zevi e architetti, urbanisti, storici, storici dell’arte, professori, studenti e amici” in www.FondazioneBrunoZevi.it Si rimanda al sito e alla attività della Fondazione presieduta da Adachiara Zevi per la opera di conservazione, divulgazione e continuo sviluppo dell’opera e delle idee di Bruno Zevi. La corrispondenza in particolare è archiviata e catalogata in “Inventario dell’archivio Bruno Zevi” a cura di Vincenzo De Meo coordinamento scientifico Elisabetta Reale, Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza Archivistica per il Lazio cfr. www.fondazionebrunozevi.it/inventario_Zevi.pdf. Il presente testo è stato anticipato in una versione molto ridotta rispetto a questa in Antonino Saggio, «La collana “Universale di Architettura”» in: Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000, a cura di P. Ciorra, J. L. Cohen, Quolibet 2018.
2. La Universale di architettura ebbe tre case editrici diverse. La prima fu l’Edizione Dedalo di Bari con 73 volumi prodotti dal 1978 al 1985, la seconda fu la Testo&Immagine di Torino dal 1996 al 2004 con 160 volumi complessivi (firmati in prima persona da Zevi quale direttore sino al n. 74 del 2000), la terza fu la casa editrice Marsilio di Venezia dal n.161 del 1985 al n.174 del 2010 con ulteriori 24 volumi. Dopo la scomparsa di Bruno Zevi il 9 gennaio del 2000 e per i 15 anni dal marzo del 2000 al giugno del 2010, si pubblicarono quindi 100 ulteriori volumi con la dizione “Universale di architettura collana fondata da Bruno Zevi”. Se si sommano le tre fasi arriviamo a 247 volumi totali, di cui 147 sotto la direzione di Zevi. Una versione molto più ridotta di questo testo è apparsa nel catalogo della mostra al Maxxi “Gli architetti di Zevi ” a cura di Jean Louis Cohen e Pippo Ciorra.
3. Cfr il convegno “Giacomo Leone architettura civica politica e sociale” Siracusa Catania 1, 2 febbraio 2018. il lungo intervento del senatore Emanuele Macaluso è stato raccolto in video dall’architetto Giovanni Leone.
4. “il mio obiettivo è infatti quello di arrivare ad una pubblicazione settimanale” Bruno Zevi a AS, Lettera del 15 gennaio 1997. Archivio Saggio.
5. Per chi volesse vi si accede da questa pagina www.arc1.Uniroma1.it/saggio/Zevi/
6. Ho scritto tre libri nell’Universale e condiviso l’autorevole firma di Zevi sulla copertina di cinque libri di una nuova collana “La Rivoluzione Informatica in architettura”. Dopo la sua scomparsa sono stato Direttore di sezione e responsabile nella produzione di 53 volumi di cui circa la metà tradotti in inglese e cinese. La nostra corrispondenza, dal 15 febbraio 1982 al 5 gennaio 2000 si compone di 53 lettere di Bruno Zevi, di cui più della metà riguarda proprio la Collana. Credo che sia utile per tutti averne qualche breve brano.
7. Per esempio nel retro di copertina di Bruno Zevi, Architettura concetti di una controstoria, Enciclopedia tascabile diretta da Roberto Bonchio, Tascabili economici Newton, Roma 1994. Vale la pena ricordare che questo tascabili “a mille lire “ rappresentano per alcuni aspetti quell’aspetto di divulgazione e di azione profonda e diffusa del proprio pensiero che rappresenta una esperienza parallela a quella cui qui trattiamo.
8. Ecco i principi, non le regole, delle sette invarianti: Inventario di contenuti e funzioni, Asimmetria e dissonanze, Tridimensionalità anti-prospettica, Decomposizione quadri-dimensionale, Strutture in aggetto e a membrana, Spazio temporalizzato, Reintegrazione di edificio città e territorio Si trattava per Zevi di un codice moderno che comincia dal paleolitico. cfr. Bruno Zevi, Il linguaggio moderno dell’architettura, Einaudi Torino 1973.
9. Bruno Zevi, “Dal manierismo al linguaggio” in Bruno Zevi, Zevi su Zevi, Marsilio Venezia 1993 p. 154.
10. Tra i collaboratori de Il Balcone Luciano Anceschi, Giananadrea Gavazzeni “e dal 1947, in poi lo studio BBPR a cui verrà affidata l’unica collana con cui l’editore manterrà in piedi la propria attività fino al 1964. (…) BBPR è l’acronimo che indica lo studio di architetti costituito a Milano nel 1932 dagli architetti Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers “ Cfr. Silvia Piombo “Il Balcone: un piccolo editore d’arte a Milano (1944-1964)” «FdL», n. 1, 2010, pp. 21-24 Vedi https://goo.gl/akETHv
11. Bruno Zevi, Zevi su Zevi, Marsilio Venezia 1993 p. 132. In questa pagina Zevi ricorda brevemente anche di quelli i volumi più rilevanti pubblicati a cominciare da alcune riedizioni di testi di Bettini, di Scott, di Bruschi, di Argan di Kelly Smith e i saggi di maggiore originalità come quelli di Benincasa, di Mariotti, di Di Forti, di Racheli di Mariani Travi dei Site e le guide di Sara Rossi e Finelli, di Bentivoglio e Valtieri.
12. L’editore Dedalo conserva in catalogo molti volumi della collana che sI possono esaminare da qui goo.gl/wW2vVH
13. Dopo tentativi, prove e ipotesi di articoli nacque una versione più ristretta, dattiloscritta con il testo a “a pacchetto” come faceva Persico. Eravamo ormai nel 1983 e II libro fu pubblicato nel 1984 ormai in America come giovane insegnante. Il libro - come notò immediatamente Carlo Severati - aveva una struttura molto diversa dagli altri. Non seguiva l’impostazione che, mutuandola da Il Balcone, Zevi proponeva agli autori. Aveva sì un saggio iniziale, ma questo scritto non tratteggiava i dati salienti della personalità in esame - ormai assodati nel caso di Pagano - ma puntualizzava aspetti storiografici nuovi: un rapporto implicito con la cultura marxista, una adesione scomoda alla Scuola di mistica fascista, un rapporto necessariamente ambiguo con il potere e la figura di Mussolini e del Mecenate. La seconda parte del libro non presentava un album di immagini, ma era composta da brevi capitoli in cui le immagini erano accompagnate da testi che ripercorrevano cronologicamente non solo i progetti ma anche le esperienze decisive di Pagano. Per esempio la Mostra del decennale al Valentino, la direzione di “Casabella”, l’indagine sull’architettura rurale. Insomma il libro L’opera Giuseppe Pagano tra politica e architettura, Edizioni Dedalo, Bari 1984 proponeva una struttura che indirizzava il tascabile ad un completo cambiamento rispetto alla impostazione de Il Balcone, che in molti volumi della Universale era stato riproposto. Riuscimmo con la redattrice a modificare la copertina che invece di avere l’abituale montaggio, aveva una sola immagine di sfondo divisa da una quasi impercettibile linea diagonale bianca.
14. “Nel deserto, affollatissimo di gente, in cui lavoro, lei e’ uno dei pochissimi che riesco a sopportare.” il 4 febbraio 1994 e il 29 marzo “due gioie: una piccola, per quanto lei dice di del mio lavoro e di come sono; una grande, per quanto lei dimostra di essere…”
15. L’aneddoto mi fu raccontato più volte dall’editore Viggiano Viggiano cfr. anche la sua “Introduzione” al volume n. 100 della collana: “Il mio pensiero vola immediatamente all’autunno del 1995, quando decisi di accettare questa sfida editoriale che Bruno Zevi mi aveva prospettato con il suo consueto, coinvolgente, giovanile entusiasmo.” in Attilio Terragni, Daniel Libeskind oltre i muri, Testo&Immagine, Torino 2001 p. 5.
16. Alla domanda “lei che fa?” risposi Peter Eisenman. Perché Eisenman era evidente. Pubblicato il libro su Giuseppe Terragni, un volume su Eisenman avrebbe creato un flusso di interessanti relazioni per il lettore vista la ben nota prossimità del pensiero di Eisenman con alcune opere di Terragni. Per scrivere il libro Peter Eisenman trivellazioni del Futuro (Testo&immagine Torino 1996), nacque una struttura ancora diversa rispetto al volume di Pagano. In questo caso il libro voleva essere un saggio completo, un ritratto delle acquisizioni, delle scoperte, degli strumenti fondamentali dell’architetto. L’andamento era cronologico e vi si inanellavano le opere più importanti e il loro intreccio con la cultura architettonica contemporanea. La scrittura alternava una lettura delle architettura con categorie di analisi che rivelavano la consuetudine con l’insegnamento della progettazione e una densa serie di rimandi. L’intenzione era avere un prodotto multi layer: certo comprensibile e diretto in alcuni più superficiali livelli, ma anche ricco di sfumature, di ragionamenti, di appena accennati filoni di ricerca ulteriore. Seppi da un amico che Peter Eisenman lo usò quale base nel suo seminario estivo ai collaboratori dello studio nel 1996. Le immagini erano scelte letteralmente una per una perché ciascuna doveva dimostrare un concetto e allo stesso tempo dare una idea dell’opera. Le immagini erano montate in una sorta di tavole tematiche, richiamate nel testo e correvano omogeneamente lungo tutto il volume. Infine - visto che il libro fu scritto in Africa senza una completa biblioteca a disposizione e solo poche riviste e volumi tra cui il volume appena pubblicato di Pippo Ciorra (Peter Eisenman, Electa, Milano 1995) - nacque una sezione, il “Per approfondire”. Si trattava di una sorta di testo parallelo finale in cui da una parte venivano fornite le notazioni bibliografiche e le fonti necessarie, dall’altro erano fornite le indicazioni o messaggi nella bottiglia ad altri studiosi. Per esempio quella sulla necessità di pubblicare la dissertazione dottorale di Peter Eisenman - esaminata in versione dattiloscritta all’ETH di Zurigo e che era depositata in quella biblioteca - e che fu molti anni dopo effettivamente pubblicata dall’editore Quolibet.
17. Rimando a “Talking About The Revolution Intervista ad Antonino Saggio”, Fredy Massad, Alicia Guerriero, Il Progetto n. 9, gennaio 2001

Antonino Saggio

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