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VEMA – Città Nuova

Il Progetto 30
1 ottobre 2006
Jasmine Bertusi
1 ottobre 2006
 

"Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio."
R. Musil, L'uomo senza qualità

A poco tempo dalla chiusura della 10. Biennale di Architettura di Venezia, credo sia necessaria una riflessione, da parte mia, sulla straordinaria e coraggiosa impresa della progettazione di una nuova città, proposta dal padiglione Italiano, curato da Franco Purini che, generosamente, mi ha coinvolta nella collaborazione alla cura con Nicola Marzot e Livio Sacchi. VEMA , acronimo che sta a rappresentare un territorio posizionato tra Verona e Mantova in prossimità dei corridoi ferroviari europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo, è una città per 30.000 abitanti, 'pensata' da Franco Purini e progettata da 20 gruppi di giovani architetti, appartenenti alla generazione dell'Erasmus e conoscitori attenti delle più significative ultime sperimentazioni in campo architettonico internazionale. È una città ideale ed utopica, perché progettata, per ora, solo da architetti e privata del fondamentale apporto delle strutture istituzionali e politiche preposte al governo del territorio, di quelle economiche e produttive e della società civile, che, per un'eventuale realizzazione dovrebbero necessariamente organizzarsi, con i tecnici, attorno ad un tavolo di concertazione funzionale a recepire tutte le istanze e le richieste per ottenere risultati che rispondano realisticamente a bisogni legati all'abitare, oggi, una rinnovata dimensione urbana. VEMA percorre l'utopia della realtà, in modo disincantato, anche se immediatamente e totalmente funzionale all'allestimento di un'importante mostra, proiettandosi comunque nel futuro. Un futuro prossimo, però, che deve arginare le derive della contemporaneità, deve passare dallo smisurato alla misura, deve ripristinare valori perduti, deve rientrare nei limiti di una produzione e progettazione legate alla possibilità di un vivere civile garantito da regole osservate e osservabili. Credo che per il nostro mestiere, quello dell'architetto, 'utopia' sia il progetto stesso nella sua dimensione di predizione, e che 'costruzione', sia meditazione che si sviluppa in una pratica quotidiana. L'architettura rimane uno strumento per 'prendere possesso' di un territorio, nel senso usato dai greci di 'colonizzare', di fondare, inventando, nuove città. Questo significa che il nostro compito non è solo quello di costruire in un luogo, ma di costruire quel luogo, nel senso sia materiale, sia culturale del termine. Città è da intendersi come 'luogo comune', anche nel senso più usato e negativo del termine, perché parlare oggi delle città o dell'abitare in esse è diventata una frase che si ripete senza alcuna verifica. È un luogo comune inteso nel senso di campo-neutrale, così come lo intendevano nel '400, ma anche nel senso proprio del termine, cioè di luogo comune a più persone, in cui convivono in equilibrio precario eterni antagonisti: bene-male, costruzione-distruzione, vita-morte; è la città dell'uomo, assemblaggio complesso di memoria, desideri, di segni e di sogni. Babilonia e Gerusalemme (confusione e visione della pace) corrono mescolate alternando il loro primato fin dall'inizio del genere umano e fino alla fine del tempo. Intorno a questi concetti ruota la civitas dei di Agostino e tutta la storia. Questo irrisolto antagonismo è sempre presente nel luogo-comune che è la città contemporanea (oggi più Babilonia che Gerusalemme); città totale, senza più confini e limiti, luogo non più identificabile, essendo anche contemporaneamente il suo opposto, cioè il luogo dell'interiorizzazione totale, dell'isolamento, del silenzio e della disperazione. Accomunata oggi alla crisi dell'arte contemporanea, anche l'architettura subisce però gli 'eccessi' della cosiddetta libertà di espressione che altro non è se non un vero e proprio attentato ai valori sia etici che estetici che fino alla metà del XX secolo hanno riempito di senso la scena artistica; valori che continuano ad essere richiamati in causa da ogni dove come necessari per garantire non solo la qualità dei prodotti artistici e architettonici, ma anche e soprattutto la qualità del vivere civile. Nel progetto di VEMA c'è consapevolezza di un 'crepuscolo' dei luoghi in atto, oltre che di quello degli Dei, ma c'è anche la speranza di una `rifondazione' possibile, anche se siamo in balia di una `globalizzazione isterica' - come dice Paul Virilio - che manca di profondità in tutti i sensi: profondità di tempo che elimina ogni prospettiva storica (non è un caso che si tenti di allontanare Vitruvio e Leon Battista Alberti dal vocabolario degli architetti) per l'istantaneità degli accadimenti che in tempo reale si presentano possibili. VEMA è una città di fondazione, nuova nel suo genere per l'Italia, anche se può far ricordare Sabaudia e Aprilia di Adalberto Libera, fondatore, nel 1926, del gruppo 7 (con Figini, Frette, Larco, Pollini, Rava e Terragni) e nel 28 del MIAR (movimento italiano per l'architettura razionale). È una ri-fondazione 'esemplare' e molto controllata sul piano delle proposte, per questo inizio secolo, caratterizzato, in architettura, da 'libertà distruttive' o da 'restaurazioni' altrettanto dannose, anche se ogni rifondazione si pone come inevitabile evento e, come tale, disarma e spaventa. Ogni evento che disturba la continuità di un modus vivendi può assumere le vesti di un incidente che crea scompiglio, come da sempre succede per ogni manifestazione creativa. VEMA è contemporaneamente un evento e un rigoroso progetto di aggregazione urbana, contro il narcisismo formalista che ha contraddistinto gli ultimi trent'anni di nuove proposte in questo campo. In VEMA non c'è immediato riferimento 'consolatorio' rispetto a prodotti sia passati che presenti; non c'è nemmeno tensione utopica autoreferenziale che organizza pericolosi spostamenti di genere e perdita di significato dei gesti progettuali che si propongono alla stregua delle più arbitrarie libertà espressive legate all'arte contemporanea. VEMA è una città da abitare, e come tale è pensata; tutto ciò che appartiene alla 'fluida' e disincantata vita dell'uomo del XXI secolo, è serenamente accolto per essere trasformato in civile convivenza. VEMA, città policentrica, non fagocitante, con strade che comunicano, non private di sbocco, pensate come collegamenti indispensabili fra le parti della città e il resto del territorio, e come modalità di utilizzo e di vedibilità delle strutture edificate. Strade oggi "necessarie quanto l'acqua e l'aria che si respira, perché sono `corridoi dell'anima' e delle oscure traiettorie della memoria", come dice Virilio. Strade che si intersecano decantando gli spazi aperti che di volta in volta si organizzano o come piazze o come spazi verdi. Il modello direttore di VEMA prevede strade e canali che si collegano, come un sistema venoso e arterioso, alle direttrici viarie più importanti e ai grandi fiumi che insistono sul territorio. VEMA ritorna alla misura e si dà un limite, perché si struttura dentro ad un rettangolo aureo, grande ed importante sfida per l'architettura della modernità. VEMA riparte dall'architettura come strumento di conoscenza e di azione: è l'architettura sperimentale della città, capace essa stessa di costruire situazioni nuove per modificare le attuali concezioni di tempo e di spazio, la cui principale caratteristica è la 'deriva' continua che provoca il completo spaesamento degli abitanti dovuto ad un incessante mutamento del paesaggio urbano. In VEMA lo spazio 'stanziale' e lo spazio 'fluttuante' e 'nomade' convivono interpretando i bisogni di una società 'contaminata', alla continua ricerca di equilibrio. VEMA è una città italiana, anche se le città italiane, in genere, oppongono grande resistenza al cambiamento. È una resistenza dura fornita dalle pietre della storia, ma soprattutto, e in modo più radicale, dalle mentalità, legittimate a ritenere nella memoria collettiva alcune immagini spaziali di luoghi che in questo modo ricevono l'impronta di un determinato gruppo. VEMA esce dal delirio delle mentalità proponendosi, però, come rinnovamento consapevole della necessità del 'limite' che una rifondazione impone.

Margherita Petranzan

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