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Villa Adriana

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Villa Adriana, un progetto di Costantino Patestos


Questa piccola casa unifamiliare si trova a Porto Rafti, un agglomerato urbano sulle coste orientali dell’Attica (Grecia), luogo prevalentemente di villeggiatura, sviluppatosi in maniera esponenziale negli ultimi dieci-quindici anni grazie alla realizzazione di due importanti infrastrutture: il nuovo aeroporto internazionale di Atene “Eleftherios Venizelos”, ma soprattutto la nuova strada regionale veloce, denominata “Attiki odos”, che collega Porto Rafti (Markopoulo) al centro di Atene (circa quaranta minuti).L’area su cui il progetto insiste è ubicata vicino al mare ed è totalmente priva di carattere: la maggior parte delle nuove costruzioni risulta priva di qualità e spesso contribuisce ad un generale degrado estetico del paesaggio circostante.
Il cosiddetto “raumgeist”, lo “spirito del luogo” è totalmente assente. Una generale confusione stilistica permea il contesto, caratterizzato da un’anarchia formale disarmante. Questa totale mancanza di riferimenti ha portato Patestos a concepire un’architettura introversa, forse auto referenziale, frutto tuttavia di una attenta ricerca morfo-tipologica che ha condotto ad un disegno semplice e per questo sofiticato. Un’inusuale cura dei dettagli caratterizza la casa di Costantino Patestos. Una casa in cui si coniugano capacità costruttive, cura dei dettagli e si respira l’atmosfera del luogo (l’Attica), del contesto naturale. Ampie vetrate collegano l’interno della casa al paesaggio collinare circostante, che sembra penetrare gli spazi intimi dell’edifiio. Una pianta chiara, esplicita, funzionalmente ineccepibile, a “L”, volumi netti, semplici, metafiici sono rivestiti da textures colorate di grande raffiatezza, che si riflttono in una piscina rettangolare che funge da specchio e da cornice. Una fia di cipressi impreziosisce la casa che in sommità si conclude con una parete curvilinea di colore bianco, corbusianamente perfetta, a stemperare i cromatismi degli elementi cubici verso l’azzurro del cielo di Atene.

"La casa di Patestos è un grande esercizio di architettura."

 

La casa di Patestos è un grande esercizio di architettura. Un edifiio che sembra riassumere in sé la lezione di Adolf Loos (le ville Karma a Montreux e Müller a Praga sono due degli esempi più evidenti) e di Josef Frank (Villa Claesson, Carlsten, Seth, Låftman e Wehtje rivivono tutte in questo piccolo/grande progetto) da un lato, insieme ad una grande reinterpretazione dell'ellenicità. Sono il calibrato utilizzo dei materiali, il loro corretto accostamento che riconducono l’edifiio alle immagini rielaborate delle sperimentazioni più celebri degli architetti austriaci: l’utilizzo del legno, della ceramica, del marmo evocano magisteri di assoluta qualità oggi scomparsi. Qualità che ri-appare nel disegno di ogni dettaglio: nel soffito del salone, che rimanda al soffito dell’American Bar vicino a Kärtner Strasse di Loos, nella scelta degli elementi di arredo, nel disegno delle maniglie. Tutto in Villa Adriana è insieme colto e sofiticato.“Villa Adriana” è una casa unifamiliare di piccole dimensioni progettata per una coppia senz fili (da qui la presenza di un’unica camera da letto).
 
Lo spazio per l’abitazione vera e propria si sviluppa su un unico livello (quota + 0,10), sia per questioni di comodità e contatto diretto con lo spazio esterno, innanzitutto con l’area dell’antistante piscina, sia per il tentativo di inserire questo prezioso oggetto architettonico nell’esperienza abitativa di alcuni rappresentanti del movimento moderno. Il nome della casa, Villa Adriana, è dovuto essenzialmente a tre ragioni: la scelta tipologica (villa: costruzione libera su tutti i lati, scelta imposta dal regolamento edilizio vigente); l’allusione generica all’eclettismo compositivo, anche se non stilistico, della nota Villa di Tivoli; il nome di battesimo della proprietaria (tradizione otto/novecentesca). La pianta è così distribuita: l’ingresso principale (dal cortile lastricato, che costituisce lo spazio per il parcheggio interno) conduce tramite un piccolo corridoio ad un soggiorno/pranzo, alla cucina, a due bagni (uno per gli ospiti) e alla camera da letto. La piscina (4x12 ml), ha un’altezza variabile tra 110 cm e i 200 cm. Essa costituisce, forse, il vero protagonista del complesso architettonico. Realizzata in calcestruzzo armato, è internamente rivestita con intonaco di cemento e sassolini naturali (tecnica australiana detta “pebble-tec”), mentre esternamente lo sfiro e l’area pertinente è rivestita in pietra serena italiana, color grigioverde, trattata in maniera tale (battuta) da renderla ruvida e antisdrucciolevole e conferire alla costruzione un carattere di fiicità, di matericità, di naturalità. Il sistema costruttivo della casa è semplice, corrente, per far fronte all’arretratezza tecnologica delle squadre edili locali ma anche come scelta (tettonica) “ideologica”. La struttura perimetrale è completamente realizzata in calcestruzzo armato (muratura portante con presenza di setti antisismici), mentre le pareti interne sono realizzate in mattoni forati. La composizione di Villa Adriana è riconducibile al rapporto tra la scelta tipologica, la struttura tettonica e la decorazione, il partito architettonico (il decoro vitruviano). Il carattere sostanzialmente semplice, razionale della costruzione: un parallelepipedo piegato ad angolo retto per creare una sorta di corte aperta sui due lati, rivolta verso la piscina, è stato caratterizzato tramite un fiurativamente ricco e composito partito architettonico, risultato di una certa ricerca fiurativa attenta al dettaglio architettonico, non al particolare costruttivo. Questo esplicito interesse verso la qualità estetica dei materiali, questo rapporto con la decorazione “strutturale” (“necessaria”, secondo Quatremère de Quincy) ha inteso nobilitare l’espressione estetica del puro e semplice volume architettonico. Esternamente, seguendo le indicazioni del regolamento edilizio, è stato realizzato un isolamento a cappotto, successivamente rifiito mediante l’impiego di un intonaco particolare, detto battuto o industriale. Questo particolare intonaco è stato realizzato in due tonalità e con tre tecniche diverse: semplice, e a coste (color prugna) e nella cosiddetta “forest” (color cemento chiaro). Le pareti interne sono state intonacate e imbiancate con speciali idropitture per interni; le pareti dei bagni sono rivestite con piastrelle prodotte in Italia, di “biscotto bianco”, smaltato a mano. Gli infisi – così come la porta d’ingresso su strada – sono in acciaio inox, color rosa-grigio (cipria), mutevole in rapporto alla luce naturale. La copertura è piana (terrazzo praticabile) a cui si accede tramite una scala esterna. Questo terrazzo è connotato dalla presenza della citata parete a vela curvilinea che, da un lato lo protegge dai forti venti provenienti da nordest (in estate il noto Meltemi), dall'altro concorre alla creazione di uno spazio ameno, lontano da occhi indiscreti, per discussioni e in genere momenti di vita associata (Guido Canella, forse, l’avrebbe considerato uno “pseudoteatro”). La scala esterna è rivestita in due tipi di marmo: le alzate in rosso Verona, le pedate in verde Oasis (isola di Tino).
 
Quella interna che porta, tramite un ingresso laterale aperto sulla parete della scala esterna, dallo spazio del giardino all’interrato (cantina, lavanderia, locale tecnico, wc) è in marmo bianco grigio di Kavala. Per quanto concernente l’energia e la sostenibilità, sono stati installati panelli solari (obbligatori), una pompa di calore per il riscaldamento a pavimento e il condizionamento tramite ventilconvettori, e una seconda pompa di calore per il riscaldamento della piscina. Relativamente ai materiali di fiitura: il corridoio, il living (soggiorno e pranzo), la cucina e la camera da letto sono pavimentati in parquet di noce europeo. Il pavimento dei bagni è in piastrelle monocottura. Il soffito dei bagni e l’armadietto sopra la vasca (nel bagno principale), oltre alle nove “scatole” murate (libreria) su una parete del soggiorno, sono in legno iroko verniciato color mogano.
 
Le travi sul soffito del soggiorno, della cucina e della camera da letto sono realizzate in cartongesso, mentre la loro confiurazione (diversa per ogni spazio), da una parte vuole conferire alla costruzione una placida monumentalità (riferimento ad analoghe – citate - esperienze dell’architettura del passato: il soffito della cucina, per sempio, costituisce una citazione in forma di frammento, cioè in dimensioni ridotte, di quello realizzato a Milano, tra il 1932 e il 1935, da Piero Portaluppi nel grande salone della Villa Necchi Campiglio) dall'altra vuole evocare la tecnica costruttiva di alcune opere del passato (dal Pantheon fio agli esempi anonimi di una certa architettura rurale). Nello spazio esterno, la “corte”, inclusa tra i due corpi dell’edifiio a “L”, costituisce una proiezione del soggiorno verso l’area della piscina ed è pavimentata con piastrelle in terracotta realizzate a mano, colorate con ossidi naturali (Cotto Etrusco). I corridoi laterali alla casa sono rivestiti in marmo: quello orientale (verso l’ingresso dalla strada), in un disegno di lastre alternate (a righe larghe) è in pietra di Kapandriti (Attica). In marmo Oasis (con un elemento divisorio a guisa di capitello in marmo grigio di Kavala) sono realizzate anche le due grandi cornici esterne trilitiche (portale) delle portefiestre verso la piscina e quella, più imponente, dell’ingresso principale dal cortile lastricato. Questi elementi architettonici sottolineano l’interruzione della continuità di queste pareti esterne –rimarcando le aperture – e in modo simbolico rimandano alla tecnica costruttiva trilitica (trave su pilastri riconducibile all’architettura greca antica) costituendo, in un certo senso, una specie di contrappunto alla muratura (architettura romana antica) dell’abitazione. Le cornici esterne delle aperture del bagno principale e della cucina (situate nella facciata nord occidentale) sono in marmo grigio di Kavala. Con lo stesso marmo, organizzato a lastre strette e lunghe poste orizzontalmente, è stata rivestita la parete inclusa nei “portali” della facciata dell’ingresso principale e di quella del lato occidentale. Le soglie dell’ingresso, delle fiestre, delle portefiestre, le cornici delle due fiestre grandi e di quella più piccola verso la corte, sono in marmo rosso Iran. La porta dell’ingresso principale sulla corte interna (blindata) è rivestita esternamente in legno Niangon e internamente in rovere verniciato color noce, così come tutte le costruzioni lignee interne. Le cornici lignee esterne delle portefiestre prospicienti la corte e la cornice della grande fiestra chiusa della camera da letto, verso la piscina, sono in legno di iroko, mentre il dock (rivestimento dello spazio che accoglie il coperchio della piscina) è in legno di teak. Il volume dell’ingresso dalla strada è stato distinto dal recinto perimetrale ed è rivestito in lastre sovrapposte nei tre tipi di marmo usate nella realizzazione della casa: grigio di Kavala, verde Oasis, rosso Iran. Queste lastre, della stessa altezza ma di diversa lunghezza, sono state posate orizzontalmente in modo “casuale”, random, richiamando certe costruzioni del passato, realizzate con materiali disponibili di fortuna, sottratti spesso dai ruderi di altri edifii. Il preesistente recinto intonacato color bianco sporco, è stato rivestito esternamente in lastre composte da lamelle di marmo a sezione triangolare (una specie di piastrelle dette “rasoio”, provenienti da Israele), mentre per la parte interna sono state usate piastrelle recuperate dalla costruzione dell’edifiio. L’interno della villa, dal punto di vista della composizione architettonica, è stato connotato dalla presenza di diversi partiti architettonici (il decoro), fiurativamente autonomi e con una lieve diversifiazione fra di loro. Un approccio problematico della stessa logica “tettonica” e fiurativa. Patestos ha cercato di rapportare dialetticamente i diversi elementi della composizione, per realizzare un sistema formale composito, una sorta di eclettismo razionale,… richiamando Aldo Rossi, un razionalismo esaltato. Questo atteggiamento compositivo ha costituito una scelta consapevole, che ha richiamato i migliori momenti di quella tendenza dell’architettura del Novecento defiita “l’altro moderno”, un atteggiamento che ha voluto al contempo contrapporsi alla massiccia diffusione anche in Grecia – oramai insopportabile– di un mercifiato, sterilizzato neominimalismo, per così dire, “da frigidaire” piccolo-borghese.
 
 
Maurizio Bradaschia

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